mercoledì 18 settembre 2013
Guarda il video di Andrea Palladino su Acqualatina
il manifesto per l’acqua bene comune
Privatizzare l'acqua vuol dire in primo luogo farla costare di più per farla «rendere».
Questa prospettiva basterebbe da sola per mettere sull'avviso i cittadini, perché si entrerebbe in una logica diversa da quella che regola i beni di tutti: il nuovo possessore potrebbe venderla, cederla a chi può pagare di più. La tendenza dell'acqua (e della sua proprietà) scorrerebbe sempre, come l'acqua del fiume, dal piccolo al grande: ad esempio, in un periodo di siccità potrebbe avvenire che l'acqua disponibile non venga più ripartita tra tutti in modo equo, secondo un metodo democratico e civile, ma seguendo altri principi, quelli del potere economico.
Vi sono poi altri buoni motivi, tutti estremamente pratici, che consigliano di non cedere l'acqua ai privati, ma di mantenerla gelosamente in mano pubblica:
Questa prospettiva basterebbe da sola per mettere sull'avviso i cittadini, perché si entrerebbe in una logica diversa da quella che regola i beni di tutti: il nuovo possessore potrebbe venderla, cederla a chi può pagare di più. La tendenza dell'acqua (e della sua proprietà) scorrerebbe sempre, come l'acqua del fiume, dal piccolo al grande: ad esempio, in un periodo di siccità potrebbe avvenire che l'acqua disponibile non venga più ripartita tra tutti in modo equo, secondo un metodo democratico e civile, ma seguendo altri principi, quelli del potere economico.
Vi sono poi altri buoni motivi, tutti estremamente pratici, che consigliano di non cedere l'acqua ai privati, ma di mantenerla gelosamente in mano pubblica:
- Nell'intento di guadagnare, il venditore privato dell'acqua tenderà a venderne il più possibile per aumentare il fatturato e i profitti. L'idea del risparmio, di un uso cauto dell'acqua, per evitare gli sprechi eccessivi e non intaccare le scorte dei bacini sotterranei, non alterare lo scorrere dei fiumi lo stato dei laghi, sarebbe del tutto estranea agli investitori che devono rendere conto a soci e fondi d'investimento, al cosiddetto mercato e quindi pensano di avere una ragione fortissima per vendere il massimo quantitativo di acqua disponibile.
- L'opportunità di conoscere con precisione la risorsa idrica (dalle fonti al sistema dei consumi) è essenziale per i cittadini, ma non lo è nello stesso modo e senso dai gestori privati che hanno tutto l'interesse a tenere per sé alcune informazioni che potrebbero «turbare» il pubblico dei consumatori e diffonderne invece altre che spingano verso consumi innaturali.
- La conoscenza dei problemi e per contro dei costi e dei benefici orienta in modo assai diverso gli investimenti e le tariffe dell'acqua: le priorità e quindi le spese che il pubblico è disposto o ritiene di dover fare non coincidono con quelle dei padroni dell'acqua.
- Il meccanismo decisionale che ne scaturisce può quindi essere il risultato di un dibattito democratico con le conseguenti scelte esperte ed equanimi, oppure l'esito di un confronto tra i soci la cui priorità non è il bene comune ma il profitto aziendale, la soddisfazione dei soci e un dividendo più solido: ragioni forti ma che non hanno niente a che fare con la sete delle persone e la necessità di non sprecare l'acqua, il bene più prezioso che abbiamo.
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