mercoledì 18 settembre 2013
"La catastrofe ora è ufficiale"
13-04-32011
di Scilla Alecci
È ufficiale. L'incidente nucleare di Fukushima è stato classificato al pari di quello di Chernobyl. Il livello di criticità è arrivato a 7 ma governo ed esperti insistono che Fukushima non è come Chernobyl», almeno per il momento.
È stata la quantità di radiazioni emesse dall'inizio dell'emergenza a costringere le autorità giapponesi a ridefinire, temporaneamente, l'incidente presso la centrale sulla costa del Pacifico come «catastrofico». Molti però hanno giudicato questa nuova classificazione poco più che una formalità, non solo perché già da tempo i critici sostenevano che il livello di pericolosità fosse più alto di quello ufficialmente dichiarato, ma perché, a livello diplomatico, il governo giapponese si era mosso anzitempo per avvertire gli altri Paesi e la Iaea. Solo il pubblico è stato colto di sorpresa finché le autorità non hanno avuto in mano i numeri per poter ammettere pubblicamente la gravità della situazione.
«Abbiamo evitato di fare annunci fino a che non abbiamo avuto dati certi», ha detto Hidehiko Nishiyama, portavoce dell'agenzia per la sicurezza industriale e nucleare (Nisa). L'incidente di Fukushima è passato nel giro di due settimane dal livello 5, applicato in caso di «rischio di radioattività al di fuori dell'impianto», al massimo livello della scala internazionale degli eventi radiologici e nucleari (Ines) che indica «un notevole rilascio di materiale radioattivo con effetti sulla salute e sull'ambiente che richiede l'implementazione di contromisure pianificate e estese». È stata la quantità di materiali radioattivi emessi nell'atmosfera che, superando le decine di migliaia di terabequerels - ha fatto scattare l'allarme.
Secondo i dati forniti dalla Nisa, la quantità complessiva di isotopi di iodio 131 emessi dai reattori malfunzionanti di Fukushima Dai-ichi dall'inizio dell'emergenza nucleare si attestano intorno ai 600 mila terabequerels, mentre sarebbero 370 mila secondo il consiglio per la sicurezza nucleare.
Tuttavia, nonostante le cifre che suonano astronomiche, gli scienziati giapponesi e internazionali sono d'accordo nel sostenere che esistono notevoli differenze tra la situazione della centrale giapponese e quella della centrale russa. Non solo non ci sono state vittime e i reattori non sono esplosi, ma la quantità di radiazioni emesse finora a Fukushima equivale a solo il 10 % di quelle rilevate nel 1986 a Chernobyl, dove furono 5,2 milioni i terabequerels di iodio radioattivo emessi nell'aria. Nel caso attuale, inoltre, gli effetti sulla salute e sull'ambiente sarebbero circoscritti alla regione intorno all'impianto e alle zone limitrofe entro un raggio di soli 20 kilometri dall'impianto - sebbene dovrebbero essere almeno 80 secondo Greenpeace ed esperti americani -, da cui nei giorni scorsi il governo giapponese ha sollecitato - quindi non ordinato - l'evacuazione della popolazione.
Dopo le scuse rivolte ai cittadini giapponesi e a tutta la comunità internazionale per «le preoccupazioni arrecate» dall'annuncio dell'innalzamento del livello di pericolosità, il governo ha voluto dare un messaggio rassicurante. Così il primo ministro Naoto Kan, ha preferito parlare della situazione presente: «In confronto a prima, la situazione oggi sta migliorando passo dopo passo, e l'emissione delle particelle radioattive sta diminuendo». Non si può però prevedere come evolveranno le condizioni dei reattori danneggiati.
Se il premier Kan fa l'ottimista in tv, dice che non si dimetterà e conferma che non ha intenzione di cambiare la politica sul nucleare in Giappone, il portavoce della Nisa sembra sbottonarsi un po' di più e confessa come la soluzione imprevista ha ribaltato le regole del gioco a cui erano abituati. «Il Giappone ha sempre fatto esercitazioni in caso di eventuali incidenti nucleari ma partivano tutti dal presupposto che gli incidenti si sarebbero risolti in una decina di giorni», ha detto Nishiyama. «Ora abbiamo a che fare con una crisi di proporzioni storiche e questo ha necessitato l'adozione di misure diverse da quelle considerate inizialmente».
Strano ma vero, meno ottimista del governo sembra anche la stessa Tepco, che finora è sempre stata accusata per la mancanza di trasparenza e tempestività nel rilasciare le informazioni sulla condizione dei reattori. «Il fatto di non poter ancora fermare completamente l'emissione di sostanze radioattive è preoccupante - ha detto il portavoce della compagnia elettrica Jun'ichi Matsumoto - perché la quantità di radiazioni potrebbe raggiungere quella di Chernobyl o addirittura superarla».
È stata la quantità di radiazioni emesse dall'inizio dell'emergenza a costringere le autorità giapponesi a ridefinire, temporaneamente, l'incidente presso la centrale sulla costa del Pacifico come «catastrofico». Molti però hanno giudicato questa nuova classificazione poco più che una formalità, non solo perché già da tempo i critici sostenevano che il livello di pericolosità fosse più alto di quello ufficialmente dichiarato, ma perché, a livello diplomatico, il governo giapponese si era mosso anzitempo per avvertire gli altri Paesi e la Iaea. Solo il pubblico è stato colto di sorpresa finché le autorità non hanno avuto in mano i numeri per poter ammettere pubblicamente la gravità della situazione.
«Abbiamo evitato di fare annunci fino a che non abbiamo avuto dati certi», ha detto Hidehiko Nishiyama, portavoce dell'agenzia per la sicurezza industriale e nucleare (Nisa). L'incidente di Fukushima è passato nel giro di due settimane dal livello 5, applicato in caso di «rischio di radioattività al di fuori dell'impianto», al massimo livello della scala internazionale degli eventi radiologici e nucleari (Ines) che indica «un notevole rilascio di materiale radioattivo con effetti sulla salute e sull'ambiente che richiede l'implementazione di contromisure pianificate e estese». È stata la quantità di materiali radioattivi emessi nell'atmosfera che, superando le decine di migliaia di terabequerels - ha fatto scattare l'allarme.
Secondo i dati forniti dalla Nisa, la quantità complessiva di isotopi di iodio 131 emessi dai reattori malfunzionanti di Fukushima Dai-ichi dall'inizio dell'emergenza nucleare si attestano intorno ai 600 mila terabequerels, mentre sarebbero 370 mila secondo il consiglio per la sicurezza nucleare.
Tuttavia, nonostante le cifre che suonano astronomiche, gli scienziati giapponesi e internazionali sono d'accordo nel sostenere che esistono notevoli differenze tra la situazione della centrale giapponese e quella della centrale russa. Non solo non ci sono state vittime e i reattori non sono esplosi, ma la quantità di radiazioni emesse finora a Fukushima equivale a solo il 10 % di quelle rilevate nel 1986 a Chernobyl, dove furono 5,2 milioni i terabequerels di iodio radioattivo emessi nell'aria. Nel caso attuale, inoltre, gli effetti sulla salute e sull'ambiente sarebbero circoscritti alla regione intorno all'impianto e alle zone limitrofe entro un raggio di soli 20 kilometri dall'impianto - sebbene dovrebbero essere almeno 80 secondo Greenpeace ed esperti americani -, da cui nei giorni scorsi il governo giapponese ha sollecitato - quindi non ordinato - l'evacuazione della popolazione.
Dopo le scuse rivolte ai cittadini giapponesi e a tutta la comunità internazionale per «le preoccupazioni arrecate» dall'annuncio dell'innalzamento del livello di pericolosità, il governo ha voluto dare un messaggio rassicurante. Così il primo ministro Naoto Kan, ha preferito parlare della situazione presente: «In confronto a prima, la situazione oggi sta migliorando passo dopo passo, e l'emissione delle particelle radioattive sta diminuendo». Non si può però prevedere come evolveranno le condizioni dei reattori danneggiati.
Se il premier Kan fa l'ottimista in tv, dice che non si dimetterà e conferma che non ha intenzione di cambiare la politica sul nucleare in Giappone, il portavoce della Nisa sembra sbottonarsi un po' di più e confessa come la soluzione imprevista ha ribaltato le regole del gioco a cui erano abituati. «Il Giappone ha sempre fatto esercitazioni in caso di eventuali incidenti nucleari ma partivano tutti dal presupposto che gli incidenti si sarebbero risolti in una decina di giorni», ha detto Nishiyama. «Ora abbiamo a che fare con una crisi di proporzioni storiche e questo ha necessitato l'adozione di misure diverse da quelle considerate inizialmente».
Strano ma vero, meno ottimista del governo sembra anche la stessa Tepco, che finora è sempre stata accusata per la mancanza di trasparenza e tempestività nel rilasciare le informazioni sulla condizione dei reattori. «Il fatto di non poter ancora fermare completamente l'emissione di sostanze radioattive è preoccupante - ha detto il portavoce della compagnia elettrica Jun'ichi Matsumoto - perché la quantità di radiazioni potrebbe raggiungere quella di Chernobyl o addirittura superarla».
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