sabato 16 febbraio 2013
Con questo articolo di Benedetto Vecchi apriamo una riflessione sull’industria culturale in Italia, così come si è evoluta (o involuta) negli ultimi anni, alla luce di un paio di recenti episodi, ampiamente dibattuti dai quotidiani nazionali negli ultimi giorni: la scelta di un autore di sinistra come Paolo Nori – collaboratore fra l’altro del «manifesto» – di scrivere per il quotidiano «Libero» e l’appello rivolto da un gruppo di intellettuali a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare i suoi libri per la casa editrice Mondadori, che fa capo al gruppo Fininvest, e quindi a Silvio Berlusconi. Si tratta di un tema cruciale per tutti coloro che oggi hanno a che fare, dall’uno o dall’altro versante, con la produzione culturale. Per questo abbiamo aperto nel sito del «manifesto» uno spazio di intervento, intitolato «In corpore vili», rivolto a tutti coloro che vorranno intervenire nella discussione aperta dagli articoli che man mano proporremo nei prossimi giorni.
Benedetto Vecchi
I salotti perbene di un paese paranormale
L’Italia non sarà un paese normale, ma per quanto riguarda l’industria culturale è in linea con le tendenze presenti al di fuori dei suoi confini naturali. Da alcuni anni, infatti, abbiamo assistito a una concentrazione oligopolistica nella produzione editoriale che ha decretato l’eclissi dell’editore «puro», figura tanto mitica quanto rilevante nella storia culturale italiana dal secondo dopoguerra a una manciata di lustri fa. Una concentrazione oligopolistica tanto nella produzione editoriale che nella sua distribuzione e vendita. Questo non ha significato tuttavia un’omologazione sul lato dell’offerta. Anzi, l’editoria, tanto in Italia che al di fuori di essa, ha scoperto ben prima di tanti altri settori il just in time, cioè quella forma produttiva che consente alle case editrici di registrare e monitorare attentamente le variazioni dei consumi culturali, adeguando e differenziando la sua offerta.
Intellettualità diffusa
Accanto a questo mutamento «strutturale» ce n’è stato un altro: l’affermazione
di un’egemonia culturale di destra che non ha coinciso con diffuse pratiche censorie, ma con una capacità di interpretare la differenziazione dei consumi
culturali come una reazione al male oscuro delle democrazie occidentali, cioè a un ordine del discorso «politicamente corretto» che impedisce il libero sviluppo degli «spiriti animali» delle società tardomoderne o liquide che dir si voglia. Un’egemonia culturale di destra che parla cioè il linguaggio delle differenze
e non della massificazione.
Ma se non mancano analisi su questa «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale, poco e nulla è emerso su come essa è vissuta, interpretata da chi opera, meglio da chi ci lavora. E se le famose pagine dedicate da Adorno nella Dialettica dell’illuminismo all’industria culturale segnalavano enfaticamente che
quella schiera di intellettuali curvi sulle macchine da scrivere per sfornare script
e story board per Hollywood come se fossero curvi su una catena di montaggio
coincideva con l’avvio di una colonizzazione mercantile della produzione culturale, nella realtà contemporanea la «ragion economica» è oramai diventata
la norma dell’industria culturale, una realtà produttiva che vede al lavoro un numero sempre più crescente di uomini e donne. Di loro poco si sa, eccetto il fatto che possono disinvoltamente transitare dal ruolo di consulente a direttore di una collana, a collaboratore delle pagine culturali dei giornali o di una rivista
culturale. Costituiscono cioè un’intellettualità diffusa dove le scelte di un singolo
– visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell’opinione
pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici.
La relazione tra scelte individuali e contesto è però diventata materia incandescente dopo che uno scrittore come Paolo Nori, collaboratore anche del manifesto, ha accettato l’offerta di «Libero», giornale notoriamente di destra, a collaborare con le sue pagine culturali. Scelta che ha fatto molto discutere, prima nel sito di Nazione indiana, dove il critico letterario Andrea Cortellessa
non ha lesinato aspre critiche alla scelta di Nori. E negli stessi giorni in cui è apparsa la firma di Nori sul giornale diretto da Maurizio Belpietro, Vittorio Ostuni, editor per la saggistica della casa editrice Ponte delle Grazie, ha inviato una lettera aperta a Roberto Saviano, invitandolo a non pubblicare più per Mondadori, casa editrice di proprietà di Fininvest, cioè di Silvio Berlusconi.
Due vicende tra loro diverse che pongono al centro della scena il rapporto tra politica e cultura che la «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale aveva
cacciato a forza dietro le quinte. Ma come spesso accade nelle discussioni pubbliche, molti quotidiani – «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Il riformista» – hanno cominciato a discettare sul dito dello scandalo (uno scrittore di sinistra che scrive per un giornale di destra famoso per i toni feroci usati nei suoi articoli e titoli), dimenticandosi di vedere la luna che quel dito indicava: quali possano, cioè, essere le forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra?
Intellettualità diffusa
Accanto a questo mutamento «strutturale» ce n’è stato un altro: l’affermazione
di un’egemonia culturale di destra che non ha coinciso con diffuse pratiche censorie, ma con una capacità di interpretare la differenziazione dei consumi
culturali come una reazione al male oscuro delle democrazie occidentali, cioè a un ordine del discorso «politicamente corretto» che impedisce il libero sviluppo degli «spiriti animali» delle società tardomoderne o liquide che dir si voglia. Un’egemonia culturale di destra che parla cioè il linguaggio delle differenze
e non della massificazione.
Ma se non mancano analisi su questa «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale, poco e nulla è emerso su come essa è vissuta, interpretata da chi opera, meglio da chi ci lavora. E se le famose pagine dedicate da Adorno nella Dialettica dell’illuminismo all’industria culturale segnalavano enfaticamente che
quella schiera di intellettuali curvi sulle macchine da scrivere per sfornare script
e story board per Hollywood come se fossero curvi su una catena di montaggio
coincideva con l’avvio di una colonizzazione mercantile della produzione culturale, nella realtà contemporanea la «ragion economica» è oramai diventata
la norma dell’industria culturale, una realtà produttiva che vede al lavoro un numero sempre più crescente di uomini e donne. Di loro poco si sa, eccetto il fatto che possono disinvoltamente transitare dal ruolo di consulente a direttore di una collana, a collaboratore delle pagine culturali dei giornali o di una rivista
culturale. Costituiscono cioè un’intellettualità diffusa dove le scelte di un singolo
– visto che la cultura è una merce che contribuisce alla formazione dell’opinione
pubblica – non sono mai neutre, né trovano legittimazione in un indefinito principio di responsabilità individuale, ma sono sempre inserite in contesti produttivi, economici, ideologici.
La relazione tra scelte individuali e contesto è però diventata materia incandescente dopo che uno scrittore come Paolo Nori, collaboratore anche del manifesto, ha accettato l’offerta di «Libero», giornale notoriamente di destra, a collaborare con le sue pagine culturali. Scelta che ha fatto molto discutere, prima nel sito di Nazione indiana, dove il critico letterario Andrea Cortellessa
non ha lesinato aspre critiche alla scelta di Nori. E negli stessi giorni in cui è apparsa la firma di Nori sul giornale diretto da Maurizio Belpietro, Vittorio Ostuni, editor per la saggistica della casa editrice Ponte delle Grazie, ha inviato una lettera aperta a Roberto Saviano, invitandolo a non pubblicare più per Mondadori, casa editrice di proprietà di Fininvest, cioè di Silvio Berlusconi.
Due vicende tra loro diverse che pongono al centro della scena il rapporto tra politica e cultura che la «rivoluzione passiva» dell’industria editoriale aveva
cacciato a forza dietro le quinte. Ma come spesso accade nelle discussioni pubbliche, molti quotidiani – «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Il riformista» – hanno cominciato a discettare sul dito dello scandalo (uno scrittore di sinistra che scrive per un giornale di destra famoso per i toni feroci usati nei suoi articoli e titoli), dimenticandosi di vedere la luna che quel dito indicava: quali possano, cioè, essere le forme di alterità, opposizione, financo antagonismo, di chi lavora in un’industria culturale segnata da una egemonia della destra?
Esperienze di alterità
Tema non peregrino, visto che, per quanto lo si possa auspicare, è impensabile
che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream.
Dunque come stare nell’industria culturale? Tra gli autori, un’esperienza di alterità viene dallo scrittore collettivo Wu Ming, che ha imposto licenze «creative
common» sul diritto d’autore per i propri romanzi. Altri scrittori hanno invocato,
in un incontro pubblico sulla vicenda che si è tenuto in una libreria romana alcuni giorni fa, una rinnovata aura di un autore che non si impegna direttamente nella sfera politica, ma che attraverso i suoi contenuti vuol sempre illuminare la caverna in cui sono condannati a vivere uomini e donne. Il tutto con il tono disincantato e spregiudicato di chi ritiene di essersi salvato dal fiume in piena sulla riproducibilità tecnica della cultura e sulla morte dell’autore che ha investito da oltre un cinquantennio la riflessione teorica sullo statuto della letteratura, della filosofia e chi ne ha più, più ne metta.
La querelle attorno a Nori si è così dissolta in un brusio indistinto. Si è preferito
inoltre cercare nel passato – la presenza della forma di Pier Paolo Pasolini sul
«Corriere della Sera» o di Franco Fortini sul «Sole 24 ore» – una legittimazione a scelte che solipsisticamente evocano valori assoluti (libertà e responsabilità)
cancellando però le condizioni che spesso impediscono l’esercizio di un responsabile e libero pensiero critico. E se «Libero» è il giornale che è, poco o nulla è stato detto sul fatto che l’egemonia culturale della destra è stata costruita, negli anni scorsi, anche nelle pagine culturali di giornali rispettabili e ammessi ai salotti buoni della società italiana.
In passato, infatti, i reiterati interventi sul «Corriere della sera» a favore del libero mercato e dell’individualismo proprietario, in anni più recenti le pagine
piene di liturgica empatia con le posizioni antilluministe presenti nella chiesa cattolica del «Foglio» sul pensiero hanno infatti avuto un peso maggiore delle
pagine culturali di «Libero» o del «Giornale». Oppure basta scorrere gli ultimi anni dei catologhi di molte case editrici e trovare solo titoli su quell’unico mondo
possibile che è il capitalismo contemporaneo. La «querelle Nori» può quindi essere archiviata come una delle tante dispute che periodicamente smuovono le acque quiete dell'industria culturale, ma rimane comunque il problema di come si possa stare in forma critica dentro di essa in maniera tale che ognuno possa far leva su quelle forme e trarre forza e potere contrattuale da esse.
Tema non peregrino, visto che, per quanto lo si possa auspicare, è impensabile
che gran parte di quella intellettualità diffusa che lavora nelle case editrici si diriga verso le pur vivaci case editrici indipendenti che della qualità, della sperimentazione e della ricerca di autori nuovi vogliono fare la loro ragione sociale. Impensabile perché la piccola editoria indipendente è spesso caratterizzata da una diffusa e radicata precarietà nel rapporto di lavoro che certo non favorisce la scelta di lavorarci. Impensabile per la fragilità imprenditoriale che non sempre riesce a garantire la continuità di una produzione diversa da quella proposta dalle case editrici mainstream.
Dunque come stare nell’industria culturale? Tra gli autori, un’esperienza di alterità viene dallo scrittore collettivo Wu Ming, che ha imposto licenze «creative
common» sul diritto d’autore per i propri romanzi. Altri scrittori hanno invocato,
in un incontro pubblico sulla vicenda che si è tenuto in una libreria romana alcuni giorni fa, una rinnovata aura di un autore che non si impegna direttamente nella sfera politica, ma che attraverso i suoi contenuti vuol sempre illuminare la caverna in cui sono condannati a vivere uomini e donne. Il tutto con il tono disincantato e spregiudicato di chi ritiene di essersi salvato dal fiume in piena sulla riproducibilità tecnica della cultura e sulla morte dell’autore che ha investito da oltre un cinquantennio la riflessione teorica sullo statuto della letteratura, della filosofia e chi ne ha più, più ne metta.
La querelle attorno a Nori si è così dissolta in un brusio indistinto. Si è preferito
inoltre cercare nel passato – la presenza della forma di Pier Paolo Pasolini sul
«Corriere della Sera» o di Franco Fortini sul «Sole 24 ore» – una legittimazione a scelte che solipsisticamente evocano valori assoluti (libertà e responsabilità)
cancellando però le condizioni che spesso impediscono l’esercizio di un responsabile e libero pensiero critico. E se «Libero» è il giornale che è, poco o nulla è stato detto sul fatto che l’egemonia culturale della destra è stata costruita, negli anni scorsi, anche nelle pagine culturali di giornali rispettabili e ammessi ai salotti buoni della società italiana.
In passato, infatti, i reiterati interventi sul «Corriere della sera» a favore del libero mercato e dell’individualismo proprietario, in anni più recenti le pagine
piene di liturgica empatia con le posizioni antilluministe presenti nella chiesa cattolica del «Foglio» sul pensiero hanno infatti avuto un peso maggiore delle
pagine culturali di «Libero» o del «Giornale». Oppure basta scorrere gli ultimi anni dei catologhi di molte case editrici e trovare solo titoli su quell’unico mondo
possibile che è il capitalismo contemporaneo. La «querelle Nori» può quindi essere archiviata come una delle tante dispute che periodicamente smuovono le acque quiete dell'industria culturale, ma rimane comunque il problema di come si possa stare in forma critica dentro di essa in maniera tale che ognuno possa far leva su quelle forme e trarre forza e potere contrattuale da esse.
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