sabato 16 febbraio 2013
Andrea Cortellessa
I linguaggi sono virus, ma non da tutti i contagi si esce indenni
Partiamo dalla premessa storica di Benedetto Vecchi (sul manifesto di sabato scorso): quella dell’«egemonia culturale di destra». È un dato di fatto che certi temi e linguaggi non solo sono «sdoganati» (come si dice in quel linguaggio lì) ma risultano non meno che dominanti, nella doxa contemporanea. Non è solo questione di numeri (le copie vendute da Libero o dal Giornale di Feltri), perché in questo campo a contare non è mai stata (solo) una scala quantitativa. Bensì il prestigio simbolico che a linguaggi e discorsi conferisce la doxa (non quella indifferenziata delle platee televisive, ripeto). Ricordo bene, per esempio, come certi temi sollevati dalla Talpa (l’inserto culturale del manifesto) venissero ripresi sul Corriere della Sera, sino a qualche anno fa, quando vi scriveva Giovanni Raboni. Mentre oggi tocca constatare come sulla cartina di tornasole-Nori il lettore del Corriere resti informato solo dal pezzo di Pierluigi Battista. Il quale, con deontologia quanto meno dubbia, ha informato (non solo commentato) evitando ogni verifica e dando la versione di una sola delle parti in causa. È stato infatti Libero a introdurre in questa discussione il frame discorsivo (per dirla coi linguisti) del «processo» (con la correlata filiera «inquisizione», «rogo», «gogna»). Non ha contato che sullo stesso Libero Nori l’abbia smentito ricostruendo come la discussione dello scorso 19 gennaio fosse stata da lui proposta e da me accettata (il primo caso di «inquisizione», insomma, in cui sarebbe Giordano Bruno a sollecitare attenzione da parte del Sant’Uffizio).
Da quel momento detto frame è stato ripreso anche da testimoni davvero neutrali (per esempio Fahrenheit di Radio Tre). Per questo ho parlato di infettività. So bene che è una metafora rischiosa. Ma connota con precisione il meccanismo appena ricostruito: strumento della pulsione vittimistica che fa aggredire il presunto aggressore, processare il presunto inquisitore. Ed è per questo che non si possono più chiudere gli occhi di fronte alle campagne-acquisti di quotidiani che sono in realtà strumenti di una propaganda martellante: non solo nei contenuti, voglio dire. Non ci dovrebbe essere bisogno di chiedere a Nori, e agli altri che si sono affrettati a sostenere che qualsiasi cornice accetterebbero «a patto che non gli si cambi una virgola», se si sentirebbero altrettanto liberi nel parlare – lì – dei fatti di Rosarno, o di Veronica Lario. Ci si sente sciocchi nel dover ricordare loro come «collaborare» a un giornale significhi partecipare a uno sforzo comunicativo che ha anzitutto fini politico-culturali. Se un senso comune razzista, omofobo e fondamentalista si sta affermando in questo paese, è grazie a media come Libero. E dunque, come dice Francesca Borrelli, «se mai ha avuto una sua legittimità, l’età dell’innocenza è da tempo finita». Né può valere la giustificazione pseudo-nichilista secondo la quale, come ha sostenuto Nori, «contaminarsi è bello».
La modernità e la postmodernità ci hanno insegnato che i linguaggi sono virus, certo. Il che però non vuol dire che sia opportuno esporsi a ogni forma di contagio. È vero quel che sostiene per esempio David Cronenberg: certi virus hanno il potenziale vitale di mutarci, di far evolvere la specie. Ma ce ne sono altri che ottundono, sino a spegnerle, facoltà essenziali alla nostra sopravvivenza. Quando all’inizio di Citizen Kane vediamo un cartello con scritto «no trespassing», noi tutti siamo stati educati a esultare, nel seguire il piano sequenza di Welles che quel limite oltrepassa. Ma è possibile che quel cartello stia lì per una ragione, può essere che segnali una voragine (la camera di Welles non rischia niente, perché vola; noi, se la seguiamo a piedi, altroché se rischiamo). La figura di Nori pare fatta apposta, ha detto qualcuno, per confermare l’adagio (credo di Woody Allen) secondo il quale all’autorità di Karl Marx s’è da tempo sostituita quella di Groucho. Vuol dire che di questi tempi le farse rischiano di ripetersi, ma in forma di tragedia.
Da quel momento detto frame è stato ripreso anche da testimoni davvero neutrali (per esempio Fahrenheit di Radio Tre). Per questo ho parlato di infettività. So bene che è una metafora rischiosa. Ma connota con precisione il meccanismo appena ricostruito: strumento della pulsione vittimistica che fa aggredire il presunto aggressore, processare il presunto inquisitore. Ed è per questo che non si possono più chiudere gli occhi di fronte alle campagne-acquisti di quotidiani che sono in realtà strumenti di una propaganda martellante: non solo nei contenuti, voglio dire. Non ci dovrebbe essere bisogno di chiedere a Nori, e agli altri che si sono affrettati a sostenere che qualsiasi cornice accetterebbero «a patto che non gli si cambi una virgola», se si sentirebbero altrettanto liberi nel parlare – lì – dei fatti di Rosarno, o di Veronica Lario. Ci si sente sciocchi nel dover ricordare loro come «collaborare» a un giornale significhi partecipare a uno sforzo comunicativo che ha anzitutto fini politico-culturali. Se un senso comune razzista, omofobo e fondamentalista si sta affermando in questo paese, è grazie a media come Libero. E dunque, come dice Francesca Borrelli, «se mai ha avuto una sua legittimità, l’età dell’innocenza è da tempo finita». Né può valere la giustificazione pseudo-nichilista secondo la quale, come ha sostenuto Nori, «contaminarsi è bello».
La modernità e la postmodernità ci hanno insegnato che i linguaggi sono virus, certo. Il che però non vuol dire che sia opportuno esporsi a ogni forma di contagio. È vero quel che sostiene per esempio David Cronenberg: certi virus hanno il potenziale vitale di mutarci, di far evolvere la specie. Ma ce ne sono altri che ottundono, sino a spegnerle, facoltà essenziali alla nostra sopravvivenza. Quando all’inizio di Citizen Kane vediamo un cartello con scritto «no trespassing», noi tutti siamo stati educati a esultare, nel seguire il piano sequenza di Welles che quel limite oltrepassa. Ma è possibile che quel cartello stia lì per una ragione, può essere che segnali una voragine (la camera di Welles non rischia niente, perché vola; noi, se la seguiamo a piedi, altroché se rischiamo). La figura di Nori pare fatta apposta, ha detto qualcuno, per confermare l’adagio (credo di Woody Allen) secondo il quale all’autorità di Karl Marx s’è da tempo sostituita quella di Groucho. Vuol dire che di questi tempi le farse rischiano di ripetersi, ma in forma di tragedia.
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