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Daniele Giglioli
Non c’è altro tempo da perdere
 
Se sia lecito a un intellettuale di sinistra collaborare con un giornale di destra è una questione, visti i tempi, che ha il sapore delle innocue quaestiones assegnate come esercitazioni agli studenti nelle antiche scuole di retorica (si doveva o no fare la guerra per Elena?), o dei casi di coscienza (è lecito mangiare di grasso il venerdì?) su cui si accapigliavano nel diciassettesimo secolo gesuiti e giansenisti: roba vecchia. Troppo mutati i termini, troppo lontana una certa idea di intellettuale come rappresentante dell’universale obbligatoriamente schierato dalla parte giusta, da troppo tempo defunta ogni pretesa e speranza di un’egemonia culturale della sinistra (concetto mal compreso, peraltro: chi ne parla oggi cita Gramsci ma in realtà ha in mente Paolo Mieli. A Gramsci di «dettare l’agenda» non poteva importargliene di meno). È puerile, perciò, oltre che dannosa, la polemica che si è scatenata intorno al caso di Paolo Nori che collabora con Libero, dove alla malafede di chi ha fatto una professione di queste beghe (il solito processo stalinista! dice l’esemplare articolo di Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa) si è purtroppo affiancato lo zelo degno di miglior causa di chi ha sostenuto l’argomento secondo cui, fatta salva la libertà individuale di chiunque a collaborare con certi fogli, si offre loro una legittimazione culturale. Roba da matti: come se ne avessero bisogno. Sono i padroni del paese, navigano da vent’anni con il vento in poppa della più compatta e incontrastata egemonia culturale reazionaria mai vista in epoca moderna (una miscela di razzismo e liberismo, amoralità ipocrita e pragmatismo maneggione, nichilismo e genuflessioni baciapile), intercettano e informano ogni giorno un senso comune largamente maggioritario: sai che se ne fanno della nostra legittimazione.
Bene hanno fatto perciò Marco Bascetta, Benedetto Vecchi e Francesca Borrelli a riportare il problema alla sua vera altezza: che ne è in concreto del ruolo, della funzione e delle possibilità di vita e di autonomia di chi lavora nella vasta, sfrangiata e contraddittoria galassia della produzione di sapere, linguaggio, immaginario, ideologia? Il «caso Nori» avrebbe dovuto essere discusso solo dai suoi amici intimi: ma davvero vuoi andare a cena lì, non vedi cosa mangiano? Dopo cena cosa fate, il Karaoke o osteria numero 20? Contento te. Rilevanza politica e culturale ce l’ha però il fatto che tante persone intelligenti e benintenzionate siano cadute nella trappola di confermare chi già ne era convinto nell’idea che gli intellettuali sono un ceto terminale e superfluo, capace solo di beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino mentre li portano al macello. In questo ha ragione Pierluigi Battista: davvero non hanno di meglio da fare (come lui, che infatti non fa altro da vent’anni)? Un vecchio precetto reazionario suona più o meno: nella disputa vince sempre l’inferiore, perché il superiore si è abbassato a disputare. È da respingere, perché non c’è niente di buono da aspettarsi da chi si crede in diritto di essere superiore, fosse pure di sinistra. Però…
Però, visto che la modalità retorica dominante dell’ideologia retriva che ci ammorba è il battibecco, un consiglio di prudenza da ricavare da questa triste faccenda potrebbe suonare così: meno reattività, meno fretta, meno ansia di presenza, non accettare il terreno del nemico (o avversario, come si dice in questi tempi putibondi), il cellulare è spento, il signore non è in casa: se li facessero da soli i battibecchi. Poi bisogna davvero dimostrare di avere altro da fare. Mica facile, vista la situazione, ed è per questo che non c’è tempo da perdere.
 
 
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