sabato 16 febbraio 2013
Emanuele Trevi
I critici della critica
Raramente, devo confessare, un pubblico dibattito mi ha interessato e turbato quanto quello che, moderato da Maria Teresa Carbone, ha visto protagonisti una decina di giorni fa, in un’affollatissima libreria romana, Andrea Cortellessa e Paolo Nori. Tutto meno che un processo, come è stato sostenuto con grande, imperdonabile malafede. Il confronto di idee, tra l’altro, era stato sollecitato dallo stesso presunto imputato – cosa molto rara se non unica negli annali di quell’Inquisizione evocata dal «Corriere della Sera». Insomma, per merito del grande livello dei due leali duellanti, è stata proprio una bella serata, di quelle che si ricordano, e nelle quali impariamo qualcosa. Tale miracolo si realizza quando, dalle macerie del caso politico o del caso morale traluce, nudo e puro, fragile e tenace, il caso umano. La brutale e irrimediabile circostanza dell’esistere, cioè, fatta di istinto e curiosità, paura e desiderio, che precede ogni categoria morale, ogni imperativo politico. Chi è l’artista oggi? mi chiedevo, mentre ascoltavo il dibattito, come lo spettatore di una partita di tennis che segue la palla rimbalzare da un lato all’altro del campo. Ebbene, l’artista è colui che incarna al massimo grado questa condizione di essere singolo e irriducibile, incapace di venire a patti con la vita intesa come fatto collettivo, convivenza, responsabilità etica. Affermare poi che questa condizione coincida con una specie di «innocenza», è veramente sciocco. Sono pienamente d’accordo con Francesca Borrelli e Massimo Raffaeli: l’innocenza non esiste. Per quanto mi riguarda, l’innocenza fa anche più schifo di Libero. Quella dell’artista non è innocenza, semmai è incompletezza, destino mozzato. Non è capace di diventare un uomo adulto. Certo, potrà pagare le tasse, partecipare alle primarie del Pd, figliare, fare la raccolta differenziata. Ma dentro di sé, nel cantuccio più riservato e inconfessabile della sua fibra vitale, non capirà mai bene che cazzo significano tutte quelle cose. Ed è proprio in questa incomprensione radicale, in questo stare al mondo per pura convenienza e imitazione, sperando sempre che gli altri non se ne accorgano, è proprio in questa idiozia senza rimedio che si annida (come una malattia mortale, non come un privilegio) la sua capacità di visione, di allucinazione, di decostruzione del reale. Dall’Uomo del Sottosuolo al Paranoid Android dei Radiohead, la grande poesia moderna non ha fatto altro che dare forma a questa anomalia, a questo residuo inservibile dell’evoluzione umana, a questo destino inteso come scherzo del destino. Si potrebbe forse affermare che l’artista, in seno a una data società, sia simile all’Es tra le varie componenti della psiche, così come viene descritto da Deleuze e Guattari nell’immortale prima pagina dell’Anti-Edipo («Respira, scalda, mangia. Caca, fotte»).
Ma torno alla contesa Nori-Cortellessa. Devo dichiarare che gli argomenti di quest’ultimo mi sembrano, a un determinato livello della realtà, ineccepibili. Non tutte le infezioni sono positive, diceva in sostanza Cortellessa, non tutte le contaminazioni sono fattori di arricchimento. È necessario esercitare determinate profilassi. Fallace dal punto di vista della logica, anche la conseguenza estrema del suo ragionamento può aspirare a una certa nobiltà: è possibile, in effetti, detestare qualcosa (il quotidiano Libero, nella fattispecie) pur non avendone un’approfondita conoscenza diretta. Non è che per odiare i preti devi andare a messa tutte le domeniche! E quante partite dovresti guardare prima di avere il diritto di dire che non ti interessa il calcio? Ma ecco che Paolo Nori, irresistibile talento comico padano, studioso del dadaismo russo, implacabile provocatore, redattore di improbabili riviste, e in tutti i sensi idiota senza rimedio e artista integrale, cala sul piatto del discorso una carta che va considerata con la massima attenzione.
Se c’è una cosa sconveniente, ha detto in sostanza Nori, io ho l’istinto insopprimibile di farla. Se mi si dice tu questa gente non la devi frequentare, io è con loro che voglio andare. Di fronte a ciò che i francesi definiscono comme il faut, io cambio strada. Posizione, ne convengo, pericolosissima. Perché se nel discorso di Nori ci fosse anche una particella minima di privilegio, un’idea anche vaga e inconscia di essere migliore degli altri, e per questo motivo di avere diritto ai puerili benefici dell’irresponsabilità, ebbene sarebbe una persona finta, un falso profeta, qualcuno da prendere a pedate nel sedere. Gli archivi della modernità, purtroppo, sono pieni di questa malvagia genìa, di questi lupi travestiti da agnelli. Tutta gente, per inciso, così furba che non farebbe mai la figura di merda di collaborare con «Libero»! Perché è nei cosiddetti giornali di sinistra che si annidano i veri usurpatori, che mai rinuncerebbero, in aggiunta ai loro lauti stipendi, alla farisaica, mostruosa, e in tutti i sensi bugiarda prerogativa di avere sempre ragione, di giudicare il mondo meglio degli altri. È questo, e non Libero, lo schifo che sarebbe urgente combattere, per chi ha voglia di combattere.
Quanto a Nori, egli è fuori da questo fango, fa quello che gli detta il suo istinto, non nasconde la mano dopo essersi tirato il sasso in faccia. Non so se lo conosca direttamente, ma di certo ha fatto proprio l’aureo precetto morale di Thomas Bernhard: «Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso». Com’è possibile non rispettarlo e amarlo, un idiota del genere?
Ma torno alla contesa Nori-Cortellessa. Devo dichiarare che gli argomenti di quest’ultimo mi sembrano, a un determinato livello della realtà, ineccepibili. Non tutte le infezioni sono positive, diceva in sostanza Cortellessa, non tutte le contaminazioni sono fattori di arricchimento. È necessario esercitare determinate profilassi. Fallace dal punto di vista della logica, anche la conseguenza estrema del suo ragionamento può aspirare a una certa nobiltà: è possibile, in effetti, detestare qualcosa (il quotidiano Libero, nella fattispecie) pur non avendone un’approfondita conoscenza diretta. Non è che per odiare i preti devi andare a messa tutte le domeniche! E quante partite dovresti guardare prima di avere il diritto di dire che non ti interessa il calcio? Ma ecco che Paolo Nori, irresistibile talento comico padano, studioso del dadaismo russo, implacabile provocatore, redattore di improbabili riviste, e in tutti i sensi idiota senza rimedio e artista integrale, cala sul piatto del discorso una carta che va considerata con la massima attenzione.
Se c’è una cosa sconveniente, ha detto in sostanza Nori, io ho l’istinto insopprimibile di farla. Se mi si dice tu questa gente non la devi frequentare, io è con loro che voglio andare. Di fronte a ciò che i francesi definiscono comme il faut, io cambio strada. Posizione, ne convengo, pericolosissima. Perché se nel discorso di Nori ci fosse anche una particella minima di privilegio, un’idea anche vaga e inconscia di essere migliore degli altri, e per questo motivo di avere diritto ai puerili benefici dell’irresponsabilità, ebbene sarebbe una persona finta, un falso profeta, qualcuno da prendere a pedate nel sedere. Gli archivi della modernità, purtroppo, sono pieni di questa malvagia genìa, di questi lupi travestiti da agnelli. Tutta gente, per inciso, così furba che non farebbe mai la figura di merda di collaborare con «Libero»! Perché è nei cosiddetti giornali di sinistra che si annidano i veri usurpatori, che mai rinuncerebbero, in aggiunta ai loro lauti stipendi, alla farisaica, mostruosa, e in tutti i sensi bugiarda prerogativa di avere sempre ragione, di giudicare il mondo meglio degli altri. È questo, e non Libero, lo schifo che sarebbe urgente combattere, per chi ha voglia di combattere.
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