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Fabrizio Poggi
Ma Libero, quanto paga?
 
Una delle prime idee balzatemi in testa all’apparire, sulle pagine de il manifesto, del dibattito sul cosiddetto “caso Nori” è stata: come mai tanta attenzione per un fatto che, proprio a il manifesto, non sembra poi così eccezionale? Quanti sono i nomi che noi, lettori del quotidiano, ieri avevamo visto in calce a un servizio, salvo poi, il giorno seguente, trovarli come firma a un articolo sullo stesso argomento, vergato in tono completamente diverso, su un quotidiano di orientamento completamente diverso. Cosa ha di particolare il caso del Sig. Nori, da suscitare così tanto interesse? Certamente il fatto, mi sembra di capire, che non si tratta semplicemente di un giornalista de il manifesto (ma: e perché la stessa “evoluzione” maturata in un giornalista dovrebbe avere meno peso – soprattutto trattandosi di un giornalista che scrive per un quotidiano comunista – di quella di un intellettuale che collabora a un quotidiano comunista?), bensì di uno scrittore e traduttore che ha mostrato, finora, posizioni ideali e capacità professionali di tutto rispetto.
Ma, cercando di sintetizzare: si tratta di una questione di pura intellettualità, del porsi nella e per la  società da parte di uno strato sociale indeterminato – gli intellettuali, appunto -, del suo agire, del suo lavorare  per o contro, oppure si tratta di una questione politica e, quindi, per i comunisti, di classe, di contrapposizione tra visioni del mondo che trovano la propria base sociale su classi distinte della società? La domanda, così come l’ho posta, è volutamente retorica, tanto da risparmiarmi la risposta. Non più tardi dello scorso dicembre proprio all’interno di una pagina culturale de il manifesto si citava, tra l’altro, anche una lodevole traduzione de “Le anime morte” curata dal Sig. Nori. Data quindi l’elevata padronanza della cultura russa evidenziata dall’autore, mi permetto di intervenire (sicuramente troppo, per alcuni) brutalmente sulla questione parafrasando (a memoria) il Lenin pubblicista ante1917 che scriveva «Trent’anni di attività politica mi hanno insegnato a guardare a ciò che sta dietro la buona fede degli avversari». Dunque, vengo alla brutalità: ma Libero, quanto paga?
Quanti sono stati, quanti saranno ancora i giornalisti, gli intellettuali, gli scrittori che hanno trasmigrato e trasmigreranno da un campo all’altro del fronte? In tutte le direzioni. E’ forse sintomo del momento sociale attuale, così povero di contenuti sociali classisti, non solo in campo “politico”, ma, tuttora, anche in campo culturale – intendo una cultura che scaturisca da e si orienti verso una base sociale di classe - che la trasmigrazione in oggetto (temporanea, permanente, intermittente) susciti così tanta premura?
Se è così, non è tempo, invero, di soprassedere, di curarsi del nostro campo di lotta (mi scuso: non avendo potuto seguire tutti gli interventi, mi limito ad approvare pienamente alcune delle cose scritte dal Sig. Velio Abati a proposito del lavoro cui gli intellettuali che militano per il campo sociale dei lavoratori dovrebbero oggi por mano per far fronte alla onnipresente mediacracy liberalborghese) in cui c’è tanto da fare per risalire la china e lasciare a dopo, risparmiandole, le forze per l’attuale diatriba? Se il Sig. Nori ritiene di scrivere  - e, quindi, di lavorare: nessuno ha mai scritto tanto per scrivere – e dedicare le proprie conoscenze, il proprio sapere, la propria capacità per un campo che non è il nostro, buon viaggio. Nel 1913 Lenin scriveva, tra l’altro «Per noi non è indifferente dove e come venga diffuso il nostro giornale. Per noi la cosa più importante è sapere se esso serve, nei fatti, all’educazione e all’unione della classe d’avanguardia della Russia». Oggi, per quale giornale scrivere e cosa scrivere non sono questioni indifferenti; così come non è indifferente definire “chi serve un quotidiano comunista”. Oggi, «proprio nel momento in cui più c’è bisogno di ogni singola forza di ogni singolo intellettuale democratico, indipendente “dall’influsso dell’intellettualità borghese” sulle altre classi, in grado di elaborare una chiara autonoma ideologia politica non sottomessa alla “direzione ideale dell’intellighenzia borghese”»(Lenin).
Concludendo, ancora in rima con un settore confacente al Sig. Nori: karaul ustal – la guardia è stanca, disse il capo dei marinai bolscevichi che presidiavano il Palazzo di Tauride a Pietroburgo, rendendo operativa la chiusura del chiacchierio dell’Assemblea costituente. La guardia è stanca delle dispute intellettuali, se queste non servono a un fine sociale. C’è sin troppo da fare, per riorganizzare e mettere a disposizione del campo progressista i saperi, le capacità, la volontà di lavorare contro la legge del valore.
 
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