mercoledì 18 settembre 2013
Francesca Borrelli
Fra un battito delle palpebre e l'altro
Che l'opportunità o meno di collaborare con un giornale come Libero abbia varcato i confini privati della coscienza di Paolo Nori, fino a divenire paradigma indiziario della degenerazione interna alla nostra industria culturale la dice lunga sullo spirito dei tempi. Dice qualcosa, per esempio, sulla necessità - evidentemente molto partecipata - di perimetrare nuovi spazi di accoglienza per inedite forme di qualunquismo morale. Una silente ma significativa rivoluzione ha investito, negli ultimi decenni, le istituzioni del sé, ovvero le nuove forme di produzione dell'individualità e i nostri significati condivisi. E ha aggiornato il catalogo dei pregiudizi che, lungi dall'esaurirsi in una limitazione della nostra conoscenza, ne definiscono le sue stesse condizioni di possibilità, perché forniscono le direttive fondamentali che orientano ogni nostro giudizio. Giustamente, dunque, Andrea Cortellessa ha rivendicato il diritto di esecrare Libero pur non leggendolo, e ha chiesto conto a Paolo Nori della sua scelta di contribuire al successo di quel giornale, sentendosi evidentemente vulnerato nelle aspettative proiettate al tempo stesso in quello che considera un bravo scrittore e un amico. Non meritava nemmeno una risposta l'accusa di avere istituito un «processo», come è stato scritto su Libero, e poi più volte ripetuto nel corso del dibattito approntato dalla trasmissione radiofonica Fahrenheit, prima che l'agone si trasferisse - martedì scorso - nella libreria romana di San Lorenzo e da lì trasmigrasse sulle pagine di alcuni quotidiani.
Fermo restando il fatto che, come insegna un antico detto ebraico, noi possiamo vedere il mondo solo fra un battito delle palpebre e l'altro, sarebbe bene attrezzarsi a nominare quel che si profila all'orizzonte, senza ritrovarsi a adottare, per di più inconsapevolmente, il lessico dell'avversario. Non ci sono argomenti impossibili da trattare ma ci sono interlocutori indecenti da accettare. Da quando le speculazioni più lucrose sul mercato del lavoro investono la comunicazione, e dunque il linguaggio, ossia la risorsa più squisitamente specie-specifica dell'uomo, la nostra natura di animali politici viene chiamata in causa in modo prepotentemente manifesto.
Del resto, prima ancora di conquistare i territori della morale, l'illusione che tutto sia possibile ha invaso la sfera dei nostri desideri, motivando la ricerca compulsiva di surrogati al carattere imperfetto dell'esistenza, e traducendosi nell'ossequio inconsapevole all'imperativo del godimento effimero. «Consuma e muori», dice un personaggio di DeLillo in Underworld. Ma il prezzo da pagare si è risolto in una diffusa malinconia e in un risentimento montante. Ai tempi di Freud era di attualità il dramma della colpa, che rispondeva al conflitto tra il permesso e il vietato; ora gli si è sostituita la tragedia dell'insufficienza, che risponde a quel sentimento di inadeguatezza così profittevolmente esaltato dal mercato del lavoro: dove si specula sulla intellettualità diffusa e si richiede di aggiornare continuamente le proprie competenze, per prodursi in sempre nuove performance. Tutte le nostre risorse psichiche si ritrovano mobilitate per essere all'altezza delle nostre responsabilità, tanto più se il lavoro che si fa è fondato sulle risorse del linguaggio. Non è il momento, questo, di cedere alle lusinghe del narcisismo, e forse converrebbe cominciare a perimetrare con maggiore accortezza i campi nei quali si desidera sentirsi inclusi, sondandone anche la dignità estetica, che guarda caso raramente si accompagna alla indegnità politica. Se mai ha avuto una sua legittimità, l'età dell'innocenza è da tempo finita.
Fermo restando il fatto che, come insegna un antico detto ebraico, noi possiamo vedere il mondo solo fra un battito delle palpebre e l'altro, sarebbe bene attrezzarsi a nominare quel che si profila all'orizzonte, senza ritrovarsi a adottare, per di più inconsapevolmente, il lessico dell'avversario. Non ci sono argomenti impossibili da trattare ma ci sono interlocutori indecenti da accettare. Da quando le speculazioni più lucrose sul mercato del lavoro investono la comunicazione, e dunque il linguaggio, ossia la risorsa più squisitamente specie-specifica dell'uomo, la nostra natura di animali politici viene chiamata in causa in modo prepotentemente manifesto.
Del resto, prima ancora di conquistare i territori della morale, l'illusione che tutto sia possibile ha invaso la sfera dei nostri desideri, motivando la ricerca compulsiva di surrogati al carattere imperfetto dell'esistenza, e traducendosi nell'ossequio inconsapevole all'imperativo del godimento effimero. «Consuma e muori», dice un personaggio di DeLillo in Underworld. Ma il prezzo da pagare si è risolto in una diffusa malinconia e in un risentimento montante. Ai tempi di Freud era di attualità il dramma della colpa, che rispondeva al conflitto tra il permesso e il vietato; ora gli si è sostituita la tragedia dell'insufficienza, che risponde a quel sentimento di inadeguatezza così profittevolmente esaltato dal mercato del lavoro: dove si specula sulla intellettualità diffusa e si richiede di aggiornare continuamente le proprie competenze, per prodursi in sempre nuove performance. Tutte le nostre risorse psichiche si ritrovano mobilitate per essere all'altezza delle nostre responsabilità, tanto più se il lavoro che si fa è fondato sulle risorse del linguaggio. Non è il momento, questo, di cedere alle lusinghe del narcisismo, e forse converrebbe cominciare a perimetrare con maggiore accortezza i campi nei quali si desidera sentirsi inclusi, sondandone anche la dignità estetica, che guarda caso raramente si accompagna alla indegnità politica. Se mai ha avuto una sua legittimità, l'età dell'innocenza è da tempo finita.
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