sabato 16 febbraio 2013
Marco Bascetta
Quei tracotanti oligopoli del senso comune
«Abbiamo una nuova accademia, abbiamo una parodia di cultura di massa, abbiamo una parodia di stampa di informazione (....) Ma come rompere questa cultura accademica, come rompere il cerchio che ci stringe di una mistificata cultura di massa, come reagire a una informazione sempre più condizionante? Non basta più ormai stampare qualche buon libro (...) occorre stampare solo libri "nuovi", occorre mobilitare intorno a questi libri il consenso di masse sempre più vaste di lettori, occorre soprattutto individuare i temi e gli scrittori che possano meritare questi vasti consensi di opinione (...) Un editore che potrà magari venire a trattative con chi può riconoscere, in queste righe, avversario, ma che non potrà accettare la confusione del "colloquio"; un editore che dovrà far sì che ogni libro si presenti con caratteristiche nette, chiare. Un editore che spinga avanti come una bandiera i libri portatori di un messaggio liberatorio(...)».
A scrivere queste parole così accesamente «militanti» non è un qualche collettivo editoriale «di movimento», ma Giulio Einaudi nel lontano giugno del 1968. Parole che oggi suonano remote come la biblioteca di Alessandria. Certo, anche allora era il mercato a decretare fallimenti e successi, ma il mercato non è un dato di natura, bensì qualcosa che si costruisce con determinate regole, entro precisi rapporti di forza e determinate temperie culturali. Ed è da questa realtà e dalla sua attuale configurazione - piuttosto che da traballanti principi morali e da stucchevoli questioni d'onore - che converrebbe partire nel discutere di autori ed editori, di media e di pubblico, di cultura e di informazione.
Il mercato culturale al quale si riferivano le parole di Einaudi era costituito da una pluralità di soggetti e di spazi grandi e piccoli, da una tensione di ricerca e sperimentazione, da una voglia di progetto di cui oggi non restano che flebili quando non patetiche tracce. Ne era protagonista una editoria che si voleva, per così dire, autore di autori. E il pubblico a cui si rivolgeva era un tessuto sociale in fermento, avido di conoscenze e informazioni, pronto a rimettere tutto in discussione, ad accapigliarsi, a reagire, era un contesto in perenne movimento. Soprattutto in questo, e non in un corpus dottrinario, consisteva la cosiddetta «egemonia culturale della sinistra», del resto assai più eretica che ortodossa rispetto alla storia e alla fisionomia della sinistra stessa.
A sgominarla hanno provveduto, assai più del «vento dell'ovest» in senso ideologico, un poderoso processo di concentrazione e di integrazione tra i diversi media, laddove le «bandiere» hanno lasciato il campo ai dividendi senza odore né colore, le fisionomie sono state sacrificate alla massa dell'offerta e l'opinione pubblica è stata sostituita dalla «gente». Ora non si tratta certo di coltivare impotenti nostalgie o di rimpiangere questa o quella età dell'oro, ma di trovare una strada nella realtà presente. È ovvio che tanto gli autori quanto i lettori non possono che muoversi in questo contesto e non sarebbe ragionevole né realistico chieder loro di uscirne. Ma ci sono diversi modi di starci dentro, consapevoli o meno delle possibilità che preclude e dei meccanismi di esclusione che mette in atto. Di esercitare insomma una critica, di attivare una qualche forma di attrito se non di conflitto, di non consegnarsi, tacendo, alle lusinghe e alle condizioni di un poderoso apparato commerciale.
Se nell'«età dell'oro» che abbiamo rievocato, il pubblico dei lettori si manifestava in una molteplicità di domande e desideri di cambiamento, rivolti a un ambiente collettivo e complesso di produzione culturale, oggi l'autore sembra invece riscoprire la A maiuscola e considerare il suo pubblico alla stregua di fan o tifoserie, disposti a seguirlo sempre e dovunque, una sorta di patrimonio personale come gli elettori affiliati a certi politici che li spostano da uno schieramento all'altro. Il che rende irrilevante il luogo da cui si esprime. E preferibile quello che offre più visibilità e più risorse, senza troppa considerazione per i dispositivi che di quella visibilità e di quelle risorse sono all'origine. Se si considera neutro il contesto all'interno del quale si agisce, si finisce col considerare indifferente anche la forma in cui lo si fa.
Non si tratta certo di tornare ai recinti ideologici, alle consorterie o a un qualche irrealistico e melenso ideale di purezza, ma non sarebbe ragionevole dedicare qualche sforzo a ricostruire quell'ambiente, a riaprire un ventaglio di possibilità più vasto e meno controllato dagli oligopoli editoriali e dai loro criteri di selezione? Il fatto di essere passati attraverso il setaccio dell'industria culturale non è una colpa, ma non esime neanche dal giudicare il setaccio stesso. In altre parole non ci si può semplicemente adattare, fidando esclusivamente nel proprio talento, alle condizioni attuali della produzione e della diffusione culturale. Sarebbe una scelta destinata a compromettere il futuro, alimentando perversi meccanismi di riproduzione. La logica economica che sottende le concentrazioni editoriali ha conseguenze disastrose e ben visibili,
Il senso comune oggi prevalente è pregno di risentimento, intriso della peggiore ideologia, impermeabile a ogni argomentazione razionale, compiaciuto della propria tracotante ignoranza, incline a confondere la chiarezza con la semplificazione e la brutalità. Buona parte del sistema dei media gli corrisponde pienamente, lo asseconda, lo alimenta.
È difficile avere per questo pubblico abbastanza rispetto da volergli parlare, da ritenere che il proprio pensiero possa fare breccia, che i prodotti confezionati dal pregiudizio possano includere elementi che li contraddicano. Sarà anche un punto di vista pessimistico, poco democratico e forse elitario, ma dubito che qualcosa di diverso dal ruvido impatto con la realtà dei fatti politici e sociali possa smuovere le menti intorpidite dall'egoismo, che le buone letture possano illuminare la notte leghista dove tutti i neri sono negri. Alcuni non la pensano così e qualcuno ha scelto di intervenire sui media prediletti da questo tipo di pubblico. Il che ha alimentato un lungo dibattito, in rete e sulla stampa, che sarebbe suonato assurdo solo qualche decennio fa, quando nessuno aveva la pretesa di parlare «alla gente» e ai suoi discutibili umori, ma a delle soggettività che di quelle idee avrebbero potuto farne qualcosa, ritrovandosi in determinati contesti, non necessariamente per assentire, ma certamente per ascoltare. Oggi, dove neanche i partiti sono più contesti, ma luoghi indifferenziati dove perfino il fondamentalismo religioso convive opportunisticamente col progressismo positivista e la «gente», variamente interpretata, la fa da padrona, si può anche capire che la specificità dei pulpiti abbia perso importanza e chiunque si senta più o meno autorizzato a sopravvalutare la potenza della propria voce. Non è dunque il caso di dedicarsi a scomuniche o a giudizi morali, ma neanche ci si può adagiare in una siffatta situazione a godersi l'ombra di una qualsiasi bandiera. Perché è proprio in questo narcisismo indifferente e insofferente, e soprattutto nel linguaggio della politica tutta, che si incarna l'attuale «egemonia culturale» della destra, poco consapevole di sé per gli stessi tratti antintellettualistici che la contraddistinguono, ma non per questo meno reale. Converrebbe insomma abbandonare l'illusione di «parlare a tutti», finendo in realtà con il parlare a nessuno, e riprendere una buona volta le distanze.
A scrivere queste parole così accesamente «militanti» non è un qualche collettivo editoriale «di movimento», ma Giulio Einaudi nel lontano giugno del 1968. Parole che oggi suonano remote come la biblioteca di Alessandria. Certo, anche allora era il mercato a decretare fallimenti e successi, ma il mercato non è un dato di natura, bensì qualcosa che si costruisce con determinate regole, entro precisi rapporti di forza e determinate temperie culturali. Ed è da questa realtà e dalla sua attuale configurazione - piuttosto che da traballanti principi morali e da stucchevoli questioni d'onore - che converrebbe partire nel discutere di autori ed editori, di media e di pubblico, di cultura e di informazione.
Il mercato culturale al quale si riferivano le parole di Einaudi era costituito da una pluralità di soggetti e di spazi grandi e piccoli, da una tensione di ricerca e sperimentazione, da una voglia di progetto di cui oggi non restano che flebili quando non patetiche tracce. Ne era protagonista una editoria che si voleva, per così dire, autore di autori. E il pubblico a cui si rivolgeva era un tessuto sociale in fermento, avido di conoscenze e informazioni, pronto a rimettere tutto in discussione, ad accapigliarsi, a reagire, era un contesto in perenne movimento. Soprattutto in questo, e non in un corpus dottrinario, consisteva la cosiddetta «egemonia culturale della sinistra», del resto assai più eretica che ortodossa rispetto alla storia e alla fisionomia della sinistra stessa.
A sgominarla hanno provveduto, assai più del «vento dell'ovest» in senso ideologico, un poderoso processo di concentrazione e di integrazione tra i diversi media, laddove le «bandiere» hanno lasciato il campo ai dividendi senza odore né colore, le fisionomie sono state sacrificate alla massa dell'offerta e l'opinione pubblica è stata sostituita dalla «gente». Ora non si tratta certo di coltivare impotenti nostalgie o di rimpiangere questa o quella età dell'oro, ma di trovare una strada nella realtà presente. È ovvio che tanto gli autori quanto i lettori non possono che muoversi in questo contesto e non sarebbe ragionevole né realistico chieder loro di uscirne. Ma ci sono diversi modi di starci dentro, consapevoli o meno delle possibilità che preclude e dei meccanismi di esclusione che mette in atto. Di esercitare insomma una critica, di attivare una qualche forma di attrito se non di conflitto, di non consegnarsi, tacendo, alle lusinghe e alle condizioni di un poderoso apparato commerciale.
Se nell'«età dell'oro» che abbiamo rievocato, il pubblico dei lettori si manifestava in una molteplicità di domande e desideri di cambiamento, rivolti a un ambiente collettivo e complesso di produzione culturale, oggi l'autore sembra invece riscoprire la A maiuscola e considerare il suo pubblico alla stregua di fan o tifoserie, disposti a seguirlo sempre e dovunque, una sorta di patrimonio personale come gli elettori affiliati a certi politici che li spostano da uno schieramento all'altro. Il che rende irrilevante il luogo da cui si esprime. E preferibile quello che offre più visibilità e più risorse, senza troppa considerazione per i dispositivi che di quella visibilità e di quelle risorse sono all'origine. Se si considera neutro il contesto all'interno del quale si agisce, si finisce col considerare indifferente anche la forma in cui lo si fa.
Non si tratta certo di tornare ai recinti ideologici, alle consorterie o a un qualche irrealistico e melenso ideale di purezza, ma non sarebbe ragionevole dedicare qualche sforzo a ricostruire quell'ambiente, a riaprire un ventaglio di possibilità più vasto e meno controllato dagli oligopoli editoriali e dai loro criteri di selezione? Il fatto di essere passati attraverso il setaccio dell'industria culturale non è una colpa, ma non esime neanche dal giudicare il setaccio stesso. In altre parole non ci si può semplicemente adattare, fidando esclusivamente nel proprio talento, alle condizioni attuali della produzione e della diffusione culturale. Sarebbe una scelta destinata a compromettere il futuro, alimentando perversi meccanismi di riproduzione. La logica economica che sottende le concentrazioni editoriali ha conseguenze disastrose e ben visibili,
Il senso comune oggi prevalente è pregno di risentimento, intriso della peggiore ideologia, impermeabile a ogni argomentazione razionale, compiaciuto della propria tracotante ignoranza, incline a confondere la chiarezza con la semplificazione e la brutalità. Buona parte del sistema dei media gli corrisponde pienamente, lo asseconda, lo alimenta.
È difficile avere per questo pubblico abbastanza rispetto da volergli parlare, da ritenere che il proprio pensiero possa fare breccia, che i prodotti confezionati dal pregiudizio possano includere elementi che li contraddicano. Sarà anche un punto di vista pessimistico, poco democratico e forse elitario, ma dubito che qualcosa di diverso dal ruvido impatto con la realtà dei fatti politici e sociali possa smuovere le menti intorpidite dall'egoismo, che le buone letture possano illuminare la notte leghista dove tutti i neri sono negri. Alcuni non la pensano così e qualcuno ha scelto di intervenire sui media prediletti da questo tipo di pubblico. Il che ha alimentato un lungo dibattito, in rete e sulla stampa, che sarebbe suonato assurdo solo qualche decennio fa, quando nessuno aveva la pretesa di parlare «alla gente» e ai suoi discutibili umori, ma a delle soggettività che di quelle idee avrebbero potuto farne qualcosa, ritrovandosi in determinati contesti, non necessariamente per assentire, ma certamente per ascoltare. Oggi, dove neanche i partiti sono più contesti, ma luoghi indifferenziati dove perfino il fondamentalismo religioso convive opportunisticamente col progressismo positivista e la «gente», variamente interpretata, la fa da padrona, si può anche capire che la specificità dei pulpiti abbia perso importanza e chiunque si senta più o meno autorizzato a sopravvalutare la potenza della propria voce. Non è dunque il caso di dedicarsi a scomuniche o a giudizi morali, ma neanche ci si può adagiare in una siffatta situazione a godersi l'ombra di una qualsiasi bandiera. Perché è proprio in questo narcisismo indifferente e insofferente, e soprattutto nel linguaggio della politica tutta, che si incarna l'attuale «egemonia culturale» della destra, poco consapevole di sé per gli stessi tratti antintellettualistici che la contraddistinguono, ma non per questo meno reale. Converrebbe insomma abbandonare l'illusione di «parlare a tutti», finendo in realtà con il parlare a nessuno, e riprendere una buona volta le distanze.
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