sabato 16 febbraio 2013
Marco Dotti
Così diventiamo complici della nostra rovina
Tradimento, resistenza, ideologia, comunismo. Parole grosse. Il noto manifesto elettorale di un fronte di sinistra, nello specifico della provincia francese degli anni Trenta, quasi fosse il codice innato della propria specie politica propagandava: «tutto il nostro programma si racchiude in una parola: antifascismo», salvo poi indicare in «corpo 8», al pari delle clausole delle assicurazioni sulla vita, che nella pratica si trattava di offrire sussidio ai disoccupati, installare due nuove cassette postali e aprire un prosaico cesso pubblico per uomini e donne sulla piazza principale, a tutela – beninteso – dell’olimpica parità dei sessi. (I trans o, pardon, «le» trans erano ancora di là da venire, due sessi bastavano e avanzavano). Se questo è l’antifascismo, commentava il buon Denis de Rougemont, «i fascisti devono essere gente piuttosto strana».
Mezzo secolo dopo lo scrittore svizzero, Heiner Müller, che forse di tradimento, ideologia, muri di resa e muriccioli di resistenza ne sapeva un po’ più di noi, invitava a disseppellirle con cautela, certe parole. Se non si è in grado di sostenerle con la pratica, meglio lasciarle giù in fondo, nelle fosse comuni in cui le avevamo dimenticate, sempre che si sia stati capaci di dimenticarle davvero e di scavarle a una certa profondità, le relative fosse, altrimenti come fanno con le carcasse mal sepolte... i cani ci arrivano. E i cani arrivano comunque, quando fiutano la pur misera preda, ma quando la fiutano scavano e riscavano e quando scavano e riscavano è inevitabile che prima o poi l’osso venga in superficie assieme allo sporco vecchio e al vecchio se ne aggiunga di nuovo e allo sporco vecchio e nuovo si aggiunga infine, dal lato umano, il brusio vecchissimo e nuovissimo al tempo stesso delle chiacchiere, dello sconcerto, della riprovazione o della colpa, sempre al netto della propria indubbia «purezza» personale. Ma questa è storia vecchia, le «genti d’Italia» come le chiamava il Vate passano pubblicamente metà del proprio tempo a lamentarsi di altra gente e la restante metà la trascorrono in solitudine a lamentarsi del perché mai abbiano sprecato tutto quel tempo lamentandosi di gente di cui, a conti fatti, non avrebbero avuto ragione di lamentarsi.
Questioni di cani e di caccia
È una meccanica ingenua e banale, un’autoimmunizzazione compromissoria che da secoli funziona e basterebbe leggersi il magnifico libro-manifesto di George Lakoff, Pensiero politico e scienze della mente, appena edito da Bruno Mondadori, per capire che le meccaniche banali e i vaccini dei ministeri del culto culturale vanno terribilmente presi sul serio. Senza snobismi. Altrimenti – appunto – i cani ci arrivano. E i cani oggi, anche se in via fortunatamente residuale, hanno la forma di gente che sfrutta la propria energia cinetica per smuovere un mouse, fare click su «F8», aprire un’agenzia di stampa, tagliare e cucire parole su parole e così proclamare la propria differenza di specie. Sul piano pratico le cose stanno un po’ diversamente, rispetto a come le vedono nel retro-mondo che li legittima giornalisti, scrittori e critici in genere abituati a parlare del loro e al loro universo (residuale anch’esso). Specialisti nel disseppellire ossa altrui, i giornalisti di questo nuovo millennio – specie se giovani e titolati, specie se magistralmente formati dai neocatecumeni del parlar franco e del rimestar gentile nella melma dei salotti e dalla deontologia da tramezzino di prime e conferenze stampa – hanno introiettato alla perfezione la tecnica del cane da fossa e da riporto. Lo sa bene chi ama la caccia (e quindi il «potere», termine ambiguo ma utile) che né lepri, né cinghiali, né banalissimi tordi e stornelli si stanano o si «recuperano»senza l’aiuto degli umilissimi cani. Purché i cani siano ben addestrati dall’altra logica che sempre funziona e sempre funzionerà, quello dello zuccherino a compenso della fatica (anche qui, tutta cinetica) di sporcarsi muso, denti e zampette con sangue e terra.
Due piedi in una scarpa
Non so se Paolo Nori sia un cacciatore o un cane, se sia una carcassa marcia o solo uno scrittore vivissimo che banalmente, visto l’andazzo del circoletto mediatico che lo circonda, che ci circonda, «se ne frega» di sporcarsi il muso scavando e riscavando. Non lo so, e non spenderei parole come tradimento o altro, nel suo caso. So solo che lo fa motu proprio, non attende deleghe e non delega altri per farlo. Nori mi è naturalmente simpatico, anche se come Cortellessa con Libero, non ho mai letto un suo libro. So pure che è uno scrittore bravissimo, proprio perché non l’ho mai letto, e questo non è un disvalore nelle critiche a marketta che appaiono qui e là, sugli inserti «culturali». Ma un merito, Nori, ce l’ha, al di là delle intenzioni sue proprie (ma si va sempre al di là delle intenzioni, quando è faccenda di meriti e colpe): quello di aver rimesso in moto quel circoletto, mediatico e giudiziario, dello sdegno condiviso e autoimmunizzante.
Cantiamocela e ricantiamocela come ci pare, che Repubblica non è Libero e che il Riformista non è il Campanile, che l’Einaudi di oggi non è la Rusconi di ieri, che il lavoro o è operaio o non è, ecc. ecc. Nori ci sta strepitosamente prendendo per i fondelli senza rancore e senza un apparente senso di malizia e, cosa davvero nuova, noi siamo complici del giochetto, forse perché da tempo complici della nostra stessa, ridicola, rovina. Come giornale, intendo. Ma anche come uomini e donne (e trans) che né vivono, né pensano, se non per passività e riflesso. Se lo scopo era mostrare che oltre a vivere con un piede in due scarpe (cosa che ai gauchistes dei salotti è sempre riuscita benissimo), è oggi possibile stare anche con due piedi in una scarpa sola (cosa che la stinta gauche a venire imparerà presto a fare: Fini è in stand by, pronto a riaccendersi), a Nori in fondo dovremmo un po’ di gratitudine, perché la fossa che ha scavato è davvero grande. A patto che con pari ingenua perizia vada anche in profondità, e poi la richiuda, stavolta ributtandovi dentro oltre agli ossi, anche giornali, parole e cani. Tutti.
Mezzo secolo dopo lo scrittore svizzero, Heiner Müller, che forse di tradimento, ideologia, muri di resa e muriccioli di resistenza ne sapeva un po’ più di noi, invitava a disseppellirle con cautela, certe parole. Se non si è in grado di sostenerle con la pratica, meglio lasciarle giù in fondo, nelle fosse comuni in cui le avevamo dimenticate, sempre che si sia stati capaci di dimenticarle davvero e di scavarle a una certa profondità, le relative fosse, altrimenti come fanno con le carcasse mal sepolte... i cani ci arrivano. E i cani arrivano comunque, quando fiutano la pur misera preda, ma quando la fiutano scavano e riscavano e quando scavano e riscavano è inevitabile che prima o poi l’osso venga in superficie assieme allo sporco vecchio e al vecchio se ne aggiunga di nuovo e allo sporco vecchio e nuovo si aggiunga infine, dal lato umano, il brusio vecchissimo e nuovissimo al tempo stesso delle chiacchiere, dello sconcerto, della riprovazione o della colpa, sempre al netto della propria indubbia «purezza» personale. Ma questa è storia vecchia, le «genti d’Italia» come le chiamava il Vate passano pubblicamente metà del proprio tempo a lamentarsi di altra gente e la restante metà la trascorrono in solitudine a lamentarsi del perché mai abbiano sprecato tutto quel tempo lamentandosi di gente di cui, a conti fatti, non avrebbero avuto ragione di lamentarsi.
Questioni di cani e di caccia
È una meccanica ingenua e banale, un’autoimmunizzazione compromissoria che da secoli funziona e basterebbe leggersi il magnifico libro-manifesto di George Lakoff, Pensiero politico e scienze della mente, appena edito da Bruno Mondadori, per capire che le meccaniche banali e i vaccini dei ministeri del culto culturale vanno terribilmente presi sul serio. Senza snobismi. Altrimenti – appunto – i cani ci arrivano. E i cani oggi, anche se in via fortunatamente residuale, hanno la forma di gente che sfrutta la propria energia cinetica per smuovere un mouse, fare click su «F8», aprire un’agenzia di stampa, tagliare e cucire parole su parole e così proclamare la propria differenza di specie. Sul piano pratico le cose stanno un po’ diversamente, rispetto a come le vedono nel retro-mondo che li legittima giornalisti, scrittori e critici in genere abituati a parlare del loro e al loro universo (residuale anch’esso). Specialisti nel disseppellire ossa altrui, i giornalisti di questo nuovo millennio – specie se giovani e titolati, specie se magistralmente formati dai neocatecumeni del parlar franco e del rimestar gentile nella melma dei salotti e dalla deontologia da tramezzino di prime e conferenze stampa – hanno introiettato alla perfezione la tecnica del cane da fossa e da riporto. Lo sa bene chi ama la caccia (e quindi il «potere», termine ambiguo ma utile) che né lepri, né cinghiali, né banalissimi tordi e stornelli si stanano o si «recuperano»senza l’aiuto degli umilissimi cani. Purché i cani siano ben addestrati dall’altra logica che sempre funziona e sempre funzionerà, quello dello zuccherino a compenso della fatica (anche qui, tutta cinetica) di sporcarsi muso, denti e zampette con sangue e terra.
Due piedi in una scarpa
Non so se Paolo Nori sia un cacciatore o un cane, se sia una carcassa marcia o solo uno scrittore vivissimo che banalmente, visto l’andazzo del circoletto mediatico che lo circonda, che ci circonda, «se ne frega» di sporcarsi il muso scavando e riscavando. Non lo so, e non spenderei parole come tradimento o altro, nel suo caso. So solo che lo fa motu proprio, non attende deleghe e non delega altri per farlo. Nori mi è naturalmente simpatico, anche se come Cortellessa con Libero, non ho mai letto un suo libro. So pure che è uno scrittore bravissimo, proprio perché non l’ho mai letto, e questo non è un disvalore nelle critiche a marketta che appaiono qui e là, sugli inserti «culturali». Ma un merito, Nori, ce l’ha, al di là delle intenzioni sue proprie (ma si va sempre al di là delle intenzioni, quando è faccenda di meriti e colpe): quello di aver rimesso in moto quel circoletto, mediatico e giudiziario, dello sdegno condiviso e autoimmunizzante.
Cantiamocela e ricantiamocela come ci pare, che Repubblica non è Libero e che il Riformista non è il Campanile, che l’Einaudi di oggi non è la Rusconi di ieri, che il lavoro o è operaio o non è, ecc. ecc. Nori ci sta strepitosamente prendendo per i fondelli senza rancore e senza un apparente senso di malizia e, cosa davvero nuova, noi siamo complici del giochetto, forse perché da tempo complici della nostra stessa, ridicola, rovina. Come giornale, intendo. Ma anche come uomini e donne (e trans) che né vivono, né pensano, se non per passività e riflesso. Se lo scopo era mostrare che oltre a vivere con un piede in due scarpe (cosa che ai gauchistes dei salotti è sempre riuscita benissimo), è oggi possibile stare anche con due piedi in una scarpa sola (cosa che la stinta gauche a venire imparerà presto a fare: Fini è in stand by, pronto a riaccendersi), a Nori in fondo dovremmo un po’ di gratitudine, perché la fossa che ha scavato è davvero grande. A patto che con pari ingenua perizia vada anche in profondità, e poi la richiuda, stavolta ributtandovi dentro oltre agli ossi, anche giornali, parole e cani. Tutti.
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