mercoledì 18 settembre 2013
Massimo Raffaeli
Tra noi e il disincanto
Presumere di passare indenni dal manifesto a Libero (perché di questo tratta l’affaire Nori, o come lo si vuole chiamare) implica da parte dell’autore l’affermazione preventiva del testo sul contesto, cioè presumere che il significato della propria parola rimanga inalterato nonostante il trapasso ne modifichi nettamente il senso e la destinazione. Non è così, se a suo tempo un astuto volgarizzatore della Scuola di Francoforte, Marshall McLuhan, ne concluse dopo tutto che «il messaggio è il mezzo». Il mezzo è sempre parte dell’industria culturale (cui, nei rispettivi interventi, si sono richiamati sia Benedetto Vecchi sia Marco Bascetta sul manifesto di sabato scorso) oggi così sviluppata da risultare una presenza ubiquitaria e immediatamente disponibile a chiunque, come la natura naturata di cui disse il filosofo. Non è possibile chiamarsene fuori, se non a costo del silenzio e della clandestinità, ma è sempre doveroso tuttavia, per chi vi opera, distinguere al suo interno volta per volta e caso per caso. Il non volere o non saper distinguere corrisponde a un’assenza di pensiero critico e perciò all’accettazione dogmatica dell’esistente, qualunque esso sia, nonostante si reciti ovunque la cerimonia del disincanto e della assennatezza post-ideologica. Per operare delle distinzioni non occorre nemmeno una ideologia ma sono necessari, se non altro, alcuni punti fermi e, se la parola non offende i chierici, persino dei tabù. Ad esempio: è vero che Libero non è «La Difesa della Razza» come è vero che chi lo dirige non si firma Telesio Interlandi, però è vero che si tratta di un giornale orgogliosamente xenofobo, reazionario e volentieri scurrile, come è certo che il suo direttore è un famulus dell’attuale proprietario del paese. Questi non sono affatto dei dettagli ma, nel qual caso, rappresentano la cosa-in-sé: pretendere di affermare intatta la propria parola o di vedere garantita la propria alterità in un simile contesto equivale, nella migliore delle ipotesi, a essere o a passare per delle anime candide.
Ma quale mai candore, se a due colonne di distanza tu trovi diffamata e negata per iscritto l’eguaglianza fra gli esseri umani e il sospetto perpetuo per chi non ha il passaporto in regola o non ha il colore della pelle abbastanza slavato? (Non è affatto un caso che l’ex direttore di quel foglio abbia reintrodotto in maniera ufficiale l’uso dell’appellativo «negro»: lo ha notato prontamente sul Corriere della Sera dello scorso 11 gennaio Pierluigi Battista ma facendone questione di bon ton e congedandosi dal suo interlocutore – è senz’altro da crederlo – «con immutata stima»). Il tabù sta nel fatto che esistono dei limiti oltre i quali è impossibile andare, se non al prezzo di vedere i propri test traditi o mutati di segno. A meno che, in un dato perimetro, essi non debbano fungere da alibi, secondo l’etimologia, ovvero comparirvi alla stregua di una calcolata, non meno ambigua, eccezione.
Al riguardo, Francesca Borrelli scriveva sul manifesto di domenica che «non ci sono argomenti impossibili da trattare ma ci sono interlocutori indecenti da accettare» concludendone che converrebbe intanto «cominciare a perimetrare con maggiore accortezza i campi nei quali si desidera essere inclusi»: qui evidente è il richiamo a un saggio celeberrimo di Pierre Vidal-Naquet, Un Eichmann di carta, secondo cui di certi individui si può sempre parlare ma, con costoro, non si deve mai direttamente parlare. Perché è tipica oltretutto, di costoro, l’attitudine giaculatoria alla propaganda: «Lo stile obbligatorio per tutti era quello dell’imbonitore», notò Victor Klemperer a proposito del Reich millenario, isolando nel suo laboratorio di linguista, sia detto ora per allora, una disastrosa affinità elettiva. Ma nell’industria culturale scarseggiano gli Eichmann di carta mentre abbondano, invece, i Candide alla Nori o i dottor Pangloss che ogni giorno ci spiegano come e qualmente noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, che non c’è nessuna alternativa, che infine è temerario il solo sospettarla: There is no alternative disse Maggie Thatcher aprendo gli anni Ottanta e i fasti dell’industria culturale quando rinacquero trionfalmente, e presumibilmente dalla testa della medesima Signora, le legioni dei nostri assennati ma queruli Pangloss.
Quanto a Libero e Candide redivivo, disse un poeta liberale che ognuno riconosce i suoi. Adesso se la vedano.
Ma quale mai candore, se a due colonne di distanza tu trovi diffamata e negata per iscritto l’eguaglianza fra gli esseri umani e il sospetto perpetuo per chi non ha il passaporto in regola o non ha il colore della pelle abbastanza slavato? (Non è affatto un caso che l’ex direttore di quel foglio abbia reintrodotto in maniera ufficiale l’uso dell’appellativo «negro»: lo ha notato prontamente sul Corriere della Sera dello scorso 11 gennaio Pierluigi Battista ma facendone questione di bon ton e congedandosi dal suo interlocutore – è senz’altro da crederlo – «con immutata stima»). Il tabù sta nel fatto che esistono dei limiti oltre i quali è impossibile andare, se non al prezzo di vedere i propri test traditi o mutati di segno. A meno che, in un dato perimetro, essi non debbano fungere da alibi, secondo l’etimologia, ovvero comparirvi alla stregua di una calcolata, non meno ambigua, eccezione.
Al riguardo, Francesca Borrelli scriveva sul manifesto di domenica che «non ci sono argomenti impossibili da trattare ma ci sono interlocutori indecenti da accettare» concludendone che converrebbe intanto «cominciare a perimetrare con maggiore accortezza i campi nei quali si desidera essere inclusi»: qui evidente è il richiamo a un saggio celeberrimo di Pierre Vidal-Naquet, Un Eichmann di carta, secondo cui di certi individui si può sempre parlare ma, con costoro, non si deve mai direttamente parlare. Perché è tipica oltretutto, di costoro, l’attitudine giaculatoria alla propaganda: «Lo stile obbligatorio per tutti era quello dell’imbonitore», notò Victor Klemperer a proposito del Reich millenario, isolando nel suo laboratorio di linguista, sia detto ora per allora, una disastrosa affinità elettiva. Ma nell’industria culturale scarseggiano gli Eichmann di carta mentre abbondano, invece, i Candide alla Nori o i dottor Pangloss che ogni giorno ci spiegano come e qualmente noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, che non c’è nessuna alternativa, che infine è temerario il solo sospettarla: There is no alternative disse Maggie Thatcher aprendo gli anni Ottanta e i fasti dell’industria culturale quando rinacquero trionfalmente, e presumibilmente dalla testa della medesima Signora, le legioni dei nostri assennati ma queruli Pangloss.
Quanto a Libero e Candide redivivo, disse un poeta liberale che ognuno riconosce i suoi. Adesso se la vedano.
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