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Raffaele K Salinari
Se l'intellettuale non è narciso
 
Il dibattito-polemica aperto dagli articoli di Vecchi e Bascetta sulle pagine culturali de il manifesto ha il pregio di sollecitare il confronto tra visioni diverse, a volte divergenti, del ruolo che può e deve avere un intellettuale di sinistra nel nostro paese oggi. Ma, forse ancor più, il quesito se sia giusto, opportuno e soprattutto utile alla sinistra italiana, scrivere le sue opinioni su un quotidiano dichiaratamente avversario, attende una risposta sul ruolo stesso della cultura della sinistra contemporanea. Apro con dire che, come scrittore di saggi sulle alternative al bioliberismo, sono favorevolissimo, ad alcune condizioni che dirò, ad un autore di sinistra che scrive le sue opinioni sulle pagine culturali di un quotidiano avversario. Parto dunque dalla condizione irrinunciabile: scrivere le sue opinioni e non di se. Questo significa impostare l’operazione culturale, con l’intento esplicito e palese di sottrarre al voyerismo consumista la vista del proprio io che, se venisse mostrato come tale da quelle pagine, diverrebbe subito un «corpo», una ennesima forma di merce intellettuale più o meno snob e, come tale, separato e poi fagocitata indipendentemente dal contenuto delle sue opinioni. Un «corpo» di sinistra che si mostra in un salotto di destra è solo «spettacolo». E dunque, aristotelicamente, il distacco da se, dal proprio eventuale narcisismo autoriale, molla peraltro fortissima per giustificare la propria presenza sulle pagine dell’avversario, va dunque bandito decisamente per lasciare il posto alla critica intellettuale e non all’intellettuale critico. Fatta questa premessa di metodo, vorrei affermare che scrivere su un quotidiano di destra cose ed opinioni di sinistra, cioè di cambiamento necessario dello stato di cose presenti in senso democratico, ecosostenibile, partecipativo, ridistributivo, e via enumerando, significa prima di tutto affermare una visione per la quale «una frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che invita al passaggio» come dice Marc Augé, il quale giustamente, tra le altre cose, definisce la politica della sinistra come un luogo di risimbolizzazione, cioè di creazione di legami di senso tra l’umanità ed il Mondo. Il punto allora è: questo passaggio in che direzione avviene, verso il «fare anima» come diceva il poeta Keats, o verso la sua mortificazione? E qui si apre il vero oggetto del contendere: il senso del cambiamento possibile, non solo il suo orientamento cioè, ma la sua valenza. Orbene, se la sinistra crede ancora nella valenza simbolica delle sue posizioni, e nell’impraticabilità a medio lungo termine di quelle delle destra (liberismo, devastazione ambientale, esclusione sociale etc.) ma, in questa sede più importante ancora, crede che la civilizzazione bioliberista abbia condizionato l’anima mundi al punto di fare di questo stato permanente di infelicità collettiva la molla principale della sua componente consumogena, ebbene noi dobbiamo riconoscere in questa stato della psiche personale e collettiva un disequilibrio che attraversa anche i lettori dei quotidiani di destra che, più o meno consapevolmente, soffrono lo stato di deprivazione valoriale cui il capitale contemporaneo li sottopone. Se, in alte parole, la colonizzazione del simbolico da parte della plusvalenza liberista è un male dell’anima, dobbiamo credere che le nostra parole, il nostro logos alternativo, possa, almeno in parte, se non ricreare il mondo interiore di qualche lettore di destra, almeno instillare il dubbio, padre della critica ed a volte della ribellione. L’attraversamento della soglia inoltre, presuppone anche il riconoscimento delle differenze; non si supera un confine senza averlo dichiarato, e questo permette anche alla sinistra di riperimetrare il suo, come auspica giustamente Bascetta. Ed infine, non dimentichiamoci lo stesso processo di contaminazione che ha condotto alla convergenza tra filoni, una volta distanti e distinti, di quello che è oggi la cultura della sinistra altermondialista: l’ambientalismo, il femminismo, il sindacalismo, le varie forme di autorganizzazione dal basso, l’economia della frugalità, e quant’altro, si sono confrontate e scontrate al loro interno, ed ancora lo fanno, con le stesse argomentazioni contrarie che oggi noi vediamo nella presenza di un autore di sinistra sulle pagine di Libero. In altri termini, espandere il confine, spostare la soglia, includere altre sensibilità, parlo ovviamente di singoli lettori e non della destra, passa anche per l’affermazione nel campo avversario di punti di vista molto distanti ma che, proprio per questo, individuano l’alterità più nettamente. Termino: a me ha insegnato sul concetto di alterità e sul suo uso come forma di conoscenza del sé contemporaneo, molto di più la lettura del Dottor Jekill e Mr. Hyde che ogni altro intellettuale interculturale. Ma era una singola impurità nella formula di Jekill che permetteva la trasformazione non la purezza dei suoi elementi, non scordiamocelo.
 
 
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