venerdì 10 febbraio 2012
Velio Abati
Cultura, un bene sempre più scarso
Sono d’accordo con Vecchi e Bascetta: da una parte la parola detta, sempre intrisa di socialità nella sua origine, a maggior ragione è tale nella sua circolazione; dall’altra oggi meno che mai è possibile coltivare isole. Incontestabile mi sembra anche la valutazione che i due autori propongono, ossia che il dominio culturale dell’odierno capitalismo triste passa sia attraverso l’opacizzarsi delle articolazioni sociali entro la multiforme folla di consumatori, sia attraverso il declino della pratica e del gusto dell’argomentazione razionale. Ciò detto, io credo che si possa abbandonare alla responsabilità di ciascuno (onestà intellettuale, resistenza al vomito, bisogno d’acquisto percepito) la decisione di pubblicare dove vuole, in quanto questione secondaria. Mentre escluderei, in quanto falso in tale ambito, il problema pur già affiorato del valore letterario.
Dovrebbe invece essere messa a tema, per usare l’ancor proficua definizione gramsciana, l’organizzazione della cultura. C’è un bisogno enorme di attivare conoscenze, canali di comunicazione orizzontale, grumi di ossature intermedie. Penso a iniziative collettive per gruppi d’interesse, articolazioni produttive di quella che un tempo si chiamava industria culturale e che oggi è arrivata a sussumere semplicemente la comunicazione sociale. Va infatti dal decidere l’indicibile e il necessario comuni, fino agli inaccessibili intrecci di potere economico, mediatico e politico. Bisogna partire dal fatto che ciascuno di noi sa e che tale sapere può diventare verità solo a condizione che sia detto al proprio vicino. Si tratta di un lavoro complesso, perché ha bisogno di una molteplicità di livelli, di soggetti e, non ultimo, di una cultura diversa, eppure è insostituibile. Giornali come “Il Manifesto”, per la sua storia e la sua realtà, possono avere una funzione fondamentale.
Vorrei contribuire richiamando l’attenzione su un solo punto, che conosco per il mio mestiere. Il disinvestimento pubblico (particolarmente vistoso nell’Italia berlusconiana, ma di ben più larga ora e estensione) in tutti i gradi della formazione e della ricerca è funzionale per più aspetti all’allargamento del dominio del profitto, cioè del capitale. Come avviene nell’appropriazione dei beni di prima necessità (acqua, cereali, ecc.), la messa a profitto genera la scarsità del bene. Di qui il processo in corso di disacculturazione segnalato da diversi indicatori.
Un’inchiesta del Censis dei primi anni novanta metteva in evidenza che la scolarizzazione di massa iniziata in Italia con la riforma della scuola media del 1962 aveva poco influito sulla mobilità sociale. Era sicuramente vero, ma quella scolarizzazione frutto del compromesso keynesiano conquistato dal movimento operaio ha contribuito alla crescita materiale e politica dell’insieme dell’Italia.
La persistenza di un analfabetismo funzionale in oltre il 30% della popolazione italiana segnala oggi l’emergere di un processo profondo, strategico e di lungo periodo di aggressione alla scolarizzazione di massa, che avverrà in forme via via più spudorate, come da ultimo dimostra l’assalto alla baionetta che Tremonti via Gelmini sta portando proprio in questo inverno alla secondaria della scuola pubblica.
Dovrebbe invece essere messa a tema, per usare l’ancor proficua definizione gramsciana, l’organizzazione della cultura. C’è un bisogno enorme di attivare conoscenze, canali di comunicazione orizzontale, grumi di ossature intermedie. Penso a iniziative collettive per gruppi d’interesse, articolazioni produttive di quella che un tempo si chiamava industria culturale e che oggi è arrivata a sussumere semplicemente la comunicazione sociale. Va infatti dal decidere l’indicibile e il necessario comuni, fino agli inaccessibili intrecci di potere economico, mediatico e politico. Bisogna partire dal fatto che ciascuno di noi sa e che tale sapere può diventare verità solo a condizione che sia detto al proprio vicino. Si tratta di un lavoro complesso, perché ha bisogno di una molteplicità di livelli, di soggetti e, non ultimo, di una cultura diversa, eppure è insostituibile. Giornali come “Il Manifesto”, per la sua storia e la sua realtà, possono avere una funzione fondamentale.
Vorrei contribuire richiamando l’attenzione su un solo punto, che conosco per il mio mestiere. Il disinvestimento pubblico (particolarmente vistoso nell’Italia berlusconiana, ma di ben più larga ora e estensione) in tutti i gradi della formazione e della ricerca è funzionale per più aspetti all’allargamento del dominio del profitto, cioè del capitale. Come avviene nell’appropriazione dei beni di prima necessità (acqua, cereali, ecc.), la messa a profitto genera la scarsità del bene. Di qui il processo in corso di disacculturazione segnalato da diversi indicatori.
Un’inchiesta del Censis dei primi anni novanta metteva in evidenza che la scolarizzazione di massa iniziata in Italia con la riforma della scuola media del 1962 aveva poco influito sulla mobilità sociale. Era sicuramente vero, ma quella scolarizzazione frutto del compromesso keynesiano conquistato dal movimento operaio ha contribuito alla crescita materiale e politica dell’insieme dell’Italia.
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