venerdì 10 febbraio 2012
Vincenzo Ostuni
Oltre l'età dell'innocenza
Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com'era scontato, B. non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un'intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall'appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori».
Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest'ultimo aspetto a stupirmi. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell'ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c'è ancora), o dall'indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all'opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l'occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all'interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?
Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo - e casi ve ne sono - lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà.
Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è Xyz ed è l'editore dei miei libri». Col tempo anche quegli Xyz si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall'unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell'intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del Pd. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.
Siamo d'accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l'elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d'impresa.
Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall'altro l'autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano - siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori - scelta nel 95% dei casi fungibile - sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? e visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all'attuale governo? Saviano ha replicato a un'accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, saresti lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l'ideologia?
Purtroppo non l'abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.
Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest'ultimo aspetto a stupirmi. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell'ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c'è ancora), o dall'indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all'opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l'occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all'interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?
Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo - e casi ve ne sono - lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà.
Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è Xyz ed è l'editore dei miei libri». Col tempo anche quegli Xyz si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall'unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell'intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del Pd. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.
Siamo d'accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l'elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d'impresa.
Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall'altro l'autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano - siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori - scelta nel 95% dei casi fungibile - sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? e visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all'attuale governo? Saviano ha replicato a un'accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, saresti lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l'ideologia?
Purtroppo non l'abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.
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