mercoledì 23 maggio 2012
Intercity 590. Avventure tragicomiche di un pendolare
di Francesco Epico*
Prologo
A vederlo sembrerebbe un treno normale, uno di quegli Intercity fatiscenti e stanchi che arrancano su e giù per la penisola. A salirci non ci si rende conto di quello che si sta facendo. A pensarci sembra impossibile che migliaia di persone affidino, per alcune ore, il proprio destino a quella successione di vagoni sgangherati.
Stiamo parlando dell’Intercity 590, il mitico IC 590, che il sottoscritto prende tutte le settimane, da tre anni in qua, con la regolarità di una compressa per la pressione. Questo treno contribuirà, senza alcun dubbio, a scrivere la Storia di Trenitalia.
Tutte le mattine il convoglio parte da Napoli Centrale alle ore 10,17 e raggiunge Milano, prima o poi. Sul fatto che parta non vi è alcun dubbio, come sul fatto che arrivi. Sull’orario di partenza, però, è doveroso aprire un paio di parentesi e fare alcune riflessioni. Sul tabellone delle partenze c’è scritto “ore 10.17”, così come sul biglietto con prenotazione intercity che stringi gelosamente tra le mani. L’Intercity entra in stazione acquattato sui binari come un gatto selvaggio pronto ad avventarsi sulla preda. Centinaia di persone si affollano sui binari spintonandosi, nel disperato tentativo di salire per prime. Il treno sferragliando si ferma ed apre le porte ai passeggeri e alle loro speranze residue. Ricordo che le prime volte guardavo l’orologio e mi domandavo come avrebbe fatto a salire tutta quella calca, visto che all’orario di partenza mancavano si e no quattro minuti. Con il tempo e con l’esperienza ho capito che le 10.17 sono soltanto l’inizio dell’appuntamento. E’ come dire che da quel momento in poi ogni istante è buono per partire, basta non avere fretta. In tre anni, a dire il vero, una decina di volte siamo riusciti a partire in orario e la gente ci ha pure preso qualche ambo e un paio di terni.
L’Intercity 590 sarebbe un treno da inserire come materia di studio alla facoltà di sociologia poiché in esso si consuma uno dei più affascinanti contrasti dell’esistenza: il conflitto tra la dinamica e la statica. Mentre il treno solca, infatti, le campagne assolate lanciando fischi laceranti contro il cielo, al suo interno si fermano attimi di vita di persone che, in fondo, chiedono solo di raggiungere le proprie destinazioni. E’ noto come nei momenti di difficoltà la gente chieda aiuto, cerchi una parola di conforto, uno scoglio a cui aggrapparsi e trovi un effimero sollievo nel mal comune. Siccome nell’Intercity 590 di momenti di difficoltà ce ne sono in quantità industriale, ecco che la gente si compatta e socializza, dando vita a situazioni teatrali che nemmeno i registi più fantasiosi sarebbero capaci di mettere in scena. Spontaneamente e come i funghi nel bosco, sorgono momenti melodrammatici, spunti di satira amara, occasioni in cui è difficile separare il grottesco dalla realtà. La gente dell’Intercity 590 è gente semplice, che viaggia per lavoro, per sapere, per amore, per dolore. E’ la gente che deve fare ritorno in quel nord che non l’ha mai completamente accettata e che si lascia alle spalle il profumo del suo pane e della sua terra. E’ la gente che non può permettersi il biglietto pazzesco della Freccia Rossa, quel treno moderno a forma di supposta che è sempre odoroso e quasi sempre in orario. La gente che soffre sull’Intercity 590 è gente vera, genuina, gente alla quale viene chiesto di lasciare a terra la dignità e il sogno, la fantasia e l’illusione.
“ Eddai che la vita è un gioco!” disse il capotreno ad un uomo che sedeva di fronte a me e che chiedeva solamente il motivo dei 120 minuti di ritardo. Sarà stato il caldo, sarà stata la frittata con le cipolle della sera prima, ma l’uscita del capotreno filosofo non piacque proprio a nessuno, nel mio scompartimento. Mentre riprendevo a sfogliare il giornale sgualcito e stanco, potei udire le parole del viaggiatore che, rassegnato, mormorò tra i denti:
“La vita è un gioco, ma noi non paghiamo con i soldi del Monopoli!”.
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