sabato 16 febbraio 2013
8 - Concerto per Intercity
E poi?
Poi entro nella stazione e noto un’atmosfera strana, diversa. C’è tanta gente come al solito, ma ho la sensazione di percepire un senso di quiete che non riesco immediatamente a spiegarmi. Una musica discreta e rassicurante si diffonde attraverso gli altoparlanti, posandosi con affetto sull’ambiente. Anche i colori mi sembrano delicati. Strano. Mi avvio verso la biglietteria e noto una piccola fila di persone composta ed educata. Le macchinette automatiche funzionano, danno finanche il resto, ringraziano e non noto intorno ad esse quegli individui sinistri che, di solito, cercano di fregarti qualche spicciolo di euro. Arriva presto il mio turno e chiedo un biglietto per… La signorina dall’altra parte del vetro mi sorride con gentilezza, mentre armeggia con il computer. Mi affretto a precisare che il mio biglietto deve essere di seconda classe, non si sa mai. Seconda classe? Mi domanda con evidente stupore. Non capisco signore, per noi i viaggiatori sono tutti di una classe sola, ci mancherebbe!
E poi?
Poi guardo l’orologio e mi accorgo che c’è ancora mezz’ora alla partenza del mio intercity. Sento un bisogno che sorge improvviso e mi dirigo verso i bagni. Entro in un ambiente climatizzato e soprattutto pulito e con un odore di disinfettante che tranquillizza l’anima e il corpo. Una donna cortese in camice blu mi indica la strada. Porto la mano alla tasca per prendere dei soldi e lei mi blocca: si accomodi signore, l’utilizzo del bagno è gratuito, compreso nel prezzo del suo biglietto, ci mancherebbe! E’ tutto così pulito qui, dico. Sono bagni, signore. Ci mancherebbe!
E poi?
Poi quella musica aumenta di tono e di intensità. Intorno a me gente educata, file ordinate, personale di terra che si adopera affinché la mia sosta in stazione sia più confortevole possibile. Vedo un gruppo di persone felici e domando a un ferroviere se si tratta di una comitiva in partenza per Lourdes. Nossignore, mi dice, sono i pendolari. Per loro abbiamo delle corsie preferenziali poiché è gente che passa la vita sui treni e nelle stazioni e noi facciamo di tutto per agevolarli e, in qualche modo, farli sentire a casa. Una specie di Mulino Bianco e pasta Barilla? Domando, mentre la musica si avvicina sempre più. Certo, signore. I pendolari sono lavoratori e studenti. Sono l’Italia che fatica oggi e quella che lo farà domani. La nostra prima missione è rispettarli, ci mancherebbe!
E poi?
Poi mi ricordo di aver letto da qualche parte di disservizi, cessi sporchi su treni ancora più sporchi, corse soppresse, ritardi cronici, viaggiatori e pendolari trattati come animali da soma, bagni a pagamento e pagamento in bagno. Mi do dello stupido e del malfidato, del diffidente. I miei pensieri belli e brutti si mescolano in una danza atavica, al ritmo di quella musica che adesso sta diventando veramente insistente. Da un tabellone si affaccia una signorina che mi augura buon viaggio e mi ringrazia di aver scelto Trenitalia. Ci mancherebbe, dico!
E poi?
E poi la riconobbi quella musica. Era il concerto in la minore di Antonio Vivaldi, quell’incanto barocco eseguito al pianoforte, che io avevo scelto come suoneria della mia sveglia.
Sono molto grave, dottore? Chiesi allo psicologo che mi stava analizzando.
No, non è un caso grave. Credo però che avresti bisogno di un periodo di riposo, un sano intervallo di disintossicazione da viaggio. Chi è costretto a muoversi con il treno e deve farlo anche in maniera più economica possibile, vive una realtà che spesso saltella sul confine che divide il sogno e il mondo di tutti i giorni. Chi passa molte ore sul treno è costretto a sopportare attimi di vita che sono origine di se stessi, irripetibili. Sono scene che si consumano nel treno, nelle biglietterie, nei cessi, nei nuovi centri commerciali travestiti da stazioni ferroviarie, e che finiscono nel momento in cui esci da quell’ambiente, pronte a riverificarsi alla prossima partenza. Sono situazioni che nel mondo reale non esistono e, chi non viaggia abitualmente, non può comprendere.
E poi?
Poi stavo pensando, dottore: ma se chi incassa i nostri soldi per darci in cambio un servizio, si adoperasse solo un po’ affinché…..
Fermo, mi disse il dottore, questo è già l’inizio di un’altra storia.
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