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1 - Scusate per il disagio
 
Guardai l’ora e mi accorsi che mancavano ancora una quarantina di minuti alla partenza dell’Intercity 590. Avevo tutto il tempo di prendere un caffè e fare un salto alla libreria della stazione per comprarmi qualcosa da leggere. Dovevo armarmi di pazienza e buone letture poiché mi aspettavano otto ore di viaggio teoriche, ma nove, nove e mezza reali calcolando il solito ritardo che oramai era diventato una comica realtà.
Oltre al caffè, che sanno fare solo in questa città, mangiai anche una sfogliatella calda per imprigionare sul palato e nelle viscere dell’anima il profumo di Napoli, cercando di farmelo durare il più a lungo possibile. Mi avvicinai al tabellone delle partenze per vedere se era segnalato ritardo e il numero del binario. Erano le 10,10 ed il treno non era dato in ritardo, ma il binario non era ancora indicato. Un paio di centinaia di persone stazionavano nervose e indispettite sotto al tabellone luminoso e scaldavano i motori e le valigie come tanti piloti di Formula Uno. Possibile che a sette minuti dalla partenza ufficiale, del convoglio ferroviario proveniente da Salerno non ci fosse ancora uno schifo di traccia? Possibile che non avevano deciso neanche da quale binario farlo partire? Immaginai un consulto frenetico nell’ufficio del capostazione, voci alterate di due o tre operatori che discutevano dell’idoneità di un binario piuttosto che un altro, l’annunciatrice impaziente di fare il suo show agli altoparlanti a reti unificate mentre si dava un’ultima ritoccata al ciuffo meshato, il capostazione spazientito che alla fine decretava solenne “ ok, va bene il binario 11, ma io me ne lavo le mani!”.
Finalmente ci fu la fumata bianca e il tabellone segnalò il numero 11. Un boato si levò nell’aria disperdendo l’eco nei meandri della stazione, qualcuno pianse dalla commozione. Ci fu uno scatto poderoso e simultaneo della folla verso la testa del binario, con ingorgo e incidenti già alla prima curva. Decisi di non correre poiché avevo carrozza e posto prenotato e mi incamminai in coda a quella sorta di transumanza biblica. Fu in quel momento che mi imbattei per la prima volta in un fenomeno paranormale che mi fece saltare per aria e ma al quale mi sarei presto abituato: avevano chiuso l’accesso al binario 11, proprio quello dal quale tra sei minuti sarebbe dovuto partire l’Intercity 590. Avevano ostruito il passaggio con delle transenne da stadio! Ohibò, pensai, il treno deve partire e questi chiudono l’accesso? La folla rumoreggiava ed aumentava paurosamente mettendo in pericolo l’incolumità fisica delle persone, mentre quella psicologica ce la eravamo giocata da un pezzo. Mi guardai intorno nella certezza che da qualche parte avrei scovato le telecamere di “Scherzi a parte” e che sarebbe stata l’occasione buona per vedere da vicino qualche attore. Niente macchine da presa e niente divi, ma scene tragiche e comiche a volontà. Proseguii e a un certo punto notai che le transenne erano presidiate da giovanottoni con corpetto Trenitalia che, piantati a gambe divaricate e disseminati lungo le transenne, volevano vedere i biglietti dei viaggiatori. Immaginate il caos e il panico generato da quell’imbuto forzato e, ve lo giuro, creato dall’intelligenza umana. Vaglielo a spiegare ai giapponesi che da noi così si fa (solo sull’Intercity 590), fai capire alla nonna con i tre nipotini che se vuol passare deve cercare i biglietti e speriamo che non li abbia messi in fondo al borsone con le merendine e l’acqua minerale, cerca di tranquillizzare la folla spaesata che non c’è nessuna fretta e che, anche se ormai le 10,17 sono passate da diversi minuti, il treno non partirà fino a quando anche l’ultimo viaggiatore non sarà salito a bordo.
Non mi capacitavo del perché di tale procedura che si ripete tutt’oggi e un giorno, per farmelo spiegare, ho usato uno stratagemma che vi racconterò prossimamente, magari corredando il tutto con un paio di foto. D’altra parte domandare spiegazioni a quei signori che controllano i biglietti con una calma olimpica e che sono un mix tra Rambo e Cassius Clay, può diventare esercizio inutile e pericoloso.
Tutti riuscimmo a salire in un pigia pigia generale e in una confusione che la Torre di Babele era un collegio svizzero, a confronto. Dopo che finalmente furono scesi gli accompagnatori e gli aiutanti degli accompagnatori, dopo che furono saliti anche i venditori di giornali, di calzini, di saponette e della mitica scarpetta di Cavani, i venditori di panini incartati nella pellicola trasparente e delle lattine di Coca affogate nel ghiaccio, qualche ragazzotto in cerca di un portafogli che sporgesse generosamente dalle tasche di un jeans, fra persone che già avevano preso a salutare con la mano ed i parenti a terra che ripetevano in lacrime miraccomamdamammà, telefonappenarrivi e guardadinonpigliàilraffreddore, ecco che il treno lentamente si muove: forse siamo partiti.
Sfiliamo davanti ai grattacieli del Centro Direzionale che pure loro ci guardano schifati e il caos di voci e grida che saturavano un ambiente già saturo di suo, viene placato per un attimo dall’altoparlante del treno che, irriverente, annuncia:
“Buongiorno, sono il capotreno dell’Intercity 590. Vi do il benvenuto a bordo e vi annuncio che il treno ha lasciato la stazione di Napoli con quarantuno minuti di ritardo. Scusate per il disagio.”
Ma a questi qua gli annunci glieli scrivono o se li inventano da soli?
 

 
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