mercoledì 18 settembre 2013
4 - Vado al bagno
Faceva un caldo terribile quella mattina a Napoli. Il bollore torrido e l’umidità si mescolavano come la frutta nella macedonia e generavano un’afa che si tagliava a fette. La gente galleggiava sulle molecole di acqua come in un vecchio film western dove, al posto dei cavalli, si portavano per le redini enormi trolley scalpitanti. Mai come quella mattina mi rifugiai con sollievo all’interno dell’Intercity 590, in partenza per il nord
Trovai il mio posto prenotato e notai immediatamente che un getto di aria fresca fuoriusciva dalle apposite fessure: l’aria condizionata aveva deciso di funzionare. Partimmo.
C’era uno strano silenzio, forse perché eravamo tutti alla fine delle forze e ciascuno stava cercando faticosamente di recuperare il respiro. Aprii il mio libro e pensai che quel giorno avrei fatto un viaggio quasi umano, con l’aria condizionata in funzione, il treno più o meno in orario e una venerea quiete che ovattava l‘ambiente. Il convoglio filava liscio verso Roma e mi stavo persino appisolando quando, ovviamente, squillò il telefonino. Non era il mio ma quello dell’avvocato lato finestrino, quello che resisteva stoicamente con la giacca che lo stritolava e con una cravatta sgualcita che gli stringeva il collo. La voce stentorea e decisa del professionista si appropriò con arroganza dello spazio angusto, entrando nelle teste degli altri viaggiatori senza neanche chiedere permesso. L’uomo si affrettò a tranquillizzare il suo cliente che tutto sarebbe andato per il meglio e che poteva dormire tranquillo, il cliente. Avrei voluto dirgli che anche noi avremmo voluto dormire tranquilli, ma ebbi paura della sua inclinazione ad accompagnare la gente nelle aule di giustizia. Solo una breve pausa e l’avvocato ricominciò a strillare la sua professionalità e la sua bravura, garantendo a tutto lo scompartimento che avremmo vinto la causa. D’un tratto si mise a cantare anche il telefono della signora seduta di fronte a me, lato corridoio. Era uno degli ultimi successi polifonici di Andrea Bocelli e la signora non si sbrigava a rispondere, tanto che l’avvocato lato finestrino sembrò quasi scocciato.
La signora tranquillizzò la madre, dall’altro capo del telefono, che aveva chiuso il gas e che non sarebbe scoppiato il suo appartamento e tutto il palazzo nel centro di Portici. L’avvocato domandava e la signora rispondeva, la signora gridava con la madre e l’avvocato la tranquillizzava. Sembrava a un certo punto che parlassero fra loro e che se la madre non la smetteva con quelle stupide illazioni, l’avrebbero citata in giudizio. Quando suonò anche il telefono del senegalese seduto di fronte all’avvocato, decisi che non ce l’avrei potuta mai fare, e andai al bagno.
GUASTO, c’era scritto sulla porta. Andai alla carrozza appresso e un biglietto, redatto con la stessa mano, recitava GUASTO. Sbuffai spazientito e proseguii nel corridoio, cercando di non calpestare i bambini che giocavano a guardia e ladri e che saltavano sulle teste dei genitori impassibili e di non gettare dai finestrini tutte quelle valigie che occupavano il novanta per cento del passaggio. Era guasto anche il terzo. Riuscii a trovare un gabinetto agibile (per usare un eufemismo) solo dopo altre due carrozze. Vidi da lontano il controllore e decisi di affrontarlo per domandargli il perché di tutti quei bagni guasti e se fosse normale che uno, per andare al cesso, dovesse tornare a Napoli a piedi. Lui mi rispose, senza neanche degnarmi di uno sguardo, che i bagni in realtà non erano guasti, ma ne apriva pochi alla volta altrimenti come avrebbero fatto ad arrivare a Milano? Che gli dici a uno che ti risponde così senza neanche distogliere lo sguardo dai biglietti che stava controllando? Avrei voluto dirgli che i bagni si potevano pure pulire durante il viaggio, come accade sui treni belli per i viaggiatori ricchi. Che se una persona anziana ha un’urgenza non può fare lo slalom per tre carrozze tra bambini schiamazzanti ed invasivi, valigie che ballano libere nei corridoi, controllori spiritosi, avvocati in linea col tribunale e signore che urlano con le mamme apprensive. Gli dissi solamente che la ritenevo una trovata geniale e, solo a quel punto, alzò gli occhi sulla mia faccia. Aveva un’espressione stanca, stufa delle lamentele dei viaggiatori che per banali-vecchie centomila lire, pretendono anche il bagno nella propria carrozza e magari pure pulito. Il creativo di Trenitalia era seccato di fronte a tante pretese assurde, neanche fossimo uomini e non bestie da tradurre al macello. Io gli dissi con gentilezza che era stato un genio ad inventarsi la storia dei bagni a targa alterna e non seppe mai, il controllore arguto, se i miei complimenti fossero sinceri o se lo avessi solo preso per quel posto dove il sole fa fatica a battere. Tanto fra un po’ se ne sarebbe andato in pensione, e chi si è visto si è visto.
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