mercoledì 18 settembre 2013
3 - L’anima dell’IC
Eccolo l’Intercity 590 che fa il suo ingresso in stazione, proveniente da Salerno. Si appropinqua alla testa del binario passando tra una banchina deserta e l’altra con una densità di viaggiatori al limite dell’umano. Ha la faccia sporca, l’Intercity 590, tutta tempestata di quintali di insetti che oramai si sono cristallizzati nella vernice verde, creando una patina crostacea molto simile a una roccia sedimentaria. I fari tondi assomigliano a due occhi che chiedono pietà, che implorano misericordia. Anche i treni hanno un’anima!
Un ultimo sibilo lamentoso e finalmente si ferma. Apre le porte e si appresta a ricevere nel suo corpo l’orda famelica. Ma a questo punto già si crea un primo inconveniente: occorre trovare la carrozza corrispondente al numero assegnato dal biglietto con prenotazione “obbligatoria”. Vabbè, direte voi, che ci vuole? Basta scorrere il treno e cercare il vagone corrispondente al proprio numero. Anche un bambino dell’asilo può essere preparato a un simile esercizio, basta saper contare da uno a nove ed il gioco è fatto. In effetti è così, o almeno dovrebbe. Quella mattina però le cose non si svolsero in questo modo poiché i numeri delle carrozze non seguivano una progressione aritmetica, ma si presentavano in progressione artistica. Si cominciava con il due, poi c’era l’otto, il cinque e via via fino alle porte del caos. La gente naturalmente ci mise pochissimo tempo ad impazzire. Chi correva in avanti trascinandosi enormi trolley cigolanti, chi correva all’indietro trascinandosi la suocera, chi andava avanti e indietro bestemmiando, chi cercava il capotreno, chi cercava aiuto, chi gridava in inglese, chi approfittava della confusione per vendere i calzini a righe, chi si toglieva i calzini perché faceva caldo.
Io mi fermai accanto a una panchina per non farmi trascinare dall’onda cieca ed ero fiducioso che, presto o tardi, una soluzione si sarebbe trovata. Si trova sempre una soluzione sull’Intercity 590 perché la natura ci ha dotati dell’istinto di sopravvivenza senza il quale ci faremmo sbranare dai “piccoli contrattempi” come accade ad alcuni ragni che vengono divorati dai propri figli.
Notai un ometto seduto sulla panchina che annotava i numeri nella loro fantasiosa progressione. Sarei un bugiardo se dicessi che succede sempre così, ma non posso negare che ogni tanto comicamente accade.
“Scusi, ma lei annota i numeri?”
“Si”
“Per giocarli al lotto”
“No, che lotto e lotto! Siccome non mi sembra una cosa possibile, voglio capire che cosa si nasconde dietro a questa storia.” Aveva assunto un’aria che andava da Sherlock Holmes a Tom Ponzi, passando per Vanna Marchi.
“Che vuole che si nasconda”, dissi. “E’ semplicemente che chi ha apposto i cartellini con i numeri era distratto. Non si è curato di organizzarli e li ha appiccicati così come venivano. Quella che i matematici definiscono distribuzione casuale.”
“No no, Io dico che stavolta c’entrano i Maya. Questo è un segnale chiaro e forte.”
Dicendo questo, l’ometto si alzò e si avvicinò al mio orecchio, guardandosi intorno per accertarsi che nessuno lo stesse ascoltando:
“Lei ci crede alla fine del mondo?”
Ci mancava solo l’ometto catastrofico quella mattina! Mi guardai intorno a mia volta e notai che la folla brulicante si stava facendo lentamente inghiottire dai vagoni del treno, infilandosi faticosamente nelle porte aperte come l’acqua stagnante di un lavandino otturato.
La situazione stava tornando lentamente alla normalità e, prima o poi saremmo anche partiti. Il ritardo segnalato era già di trenta minuti. La fine del mondo, pensai! Mi voltai verso l’ometto che, nel frattempo, si era dissolto.
Mi avviai verso la mia carrozza, che adesso avevo individuato. Il treno era gonfio e stanco ancor prima di partire. Toccai il suo metallo rovente e gli chiesi:” E tu ci credi alla fine del mondo?”
Emise un fischio lacerante. Penetrai al suo interno. Fiducioso.
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