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11 - Il rimborso

Sento che si avvicina il carrello bar. Nello scompartimento in cui viaggiavo si era creato un bellissimo clima, fatto di armonia tra sei persone che non si erano mai viste prima. Un agente immobiliare si divideva la scena da protagonista con un signore che stava andando a Roma per fare la comparsa in un film. Una suora lato finestrino parlava con noi mentre guardava fuori e pensava a Dio. Un vecchietto si addormentava di continuo e, svegliandosi di colpo, pretendeva di entrare nel discorso. Una signora di una certa età mi aveva chiesto il cambio del posto perché le faceva male il treno e poi, e poi c’ero io.
Fermo il carrellino ed ordino sei caffè: ho voglia di fare una azione bizzarra e manifestare a tutti la mia felicità per il fatto di viaggiare con loro. Quando il giovanotto mi porge lo scontrino, devo scegliere se pagare in contanti o accedere a un piccolo prestito. Odiando la burocrazia opto per il pagamento cash, nella speranza che nessuno abbia sete perché l’Acqua Santa che vendono sul treno ha un costo che è quotato alla Borsa di Milano (ops, mi scusi sorella!).
Non fu quel brodo nero e tiepido, leggermente tendente al salato, a minare l’equilibrio magico che si era creato nello scompartimento ma, udite udite, il fatto che il mio mitico Intercity 590 si piantò all’improvviso in mezzo a una campagna e non ne volle sapere di ripartire per una buona quarantina di minuti.
Tanto ce lo rimborsano, disse il vecchietto riemerso dal suo mondo. E’ una parola! Rispose la comparsa. E si aprì una tavola rotonda sull’argomento rimborso biglietti in cui ciascuno diceva la sua verità. Ovviamente ci fermammo a sei realtà e ognuno di noi era pronto a giurare e spergiurare che le cose stavano esattamente nel modo in cui le aveva esposte. Nel culmine della discussione, qualcuno propose addirittura di fare una interrogazione allo scompartimento accanto, ma non ottenne la maggioranza.
Un po’ per la rabbia, un po’ per la noia, un po’ perché dopo un po’ le discussioni inutili mi stancano, decisi che i miei compagni di viaggio non mi piacevano più.
Arrivammo a destinazione con più di un’ora di ritardo. Mi recai presso la biglietteria e mi misi in fila per domandare agli addetti notizie in merito ai rimborsi. Il vecchietto che dormiva e si risvegliava, era accanto a me. Tanto non ti danno niente, disse. Bene, risposi. Lui mi si avvicinò all’orecchio e mi sussurrò: guarda che Trenitalia, con la scusa di attenersi alle condizioni europee, ha emanato delle regole per i rimborsi che sono restrittive e totalmente negative per l’utente. Sai come diceva mio nonno? I soldi che non spendi sono il tuo primo guadagno, e forse a Trenitalia conoscevano mio nonno. Risi.
La signorina mi disse che solo dopo venti giorni si sarebbe potuto vedere se il mio biglietto aveva diritto al rimborso. Salutai il vecchietto che se la rideva alle mie spalle. Egli fece però in tempo a darmi l’ultima consolazione: tanto, semmai, te ne danno una parte talmente piccola che ti ci compri il biglietto del tram. Adieu vecchietto!
Passò un mese, e una mattina mi ricordai del biglietto che avevo in tasca. Andai alla stazione. Vorrei vedere se questo biglietto ha diritto al rimborso, signorina. Dunque vediamo…e cominciò a inserire numeri sulla sua tastiera. Vediamo, vediamo…ritardo 70 minuti, si si…ci sono le condizioni. Certo sarà una minima parte, ma tant’è. Me lo rimborsano, hai visto vecchietto spiritoso? E tutti quegli altri professori del mio scompartimento!
Ops, mi scusi signore, disse la signorina. C’è un problema. L’ombra del vecchietto si appoggiò sulle mie spalle per sentire il dilemma e già gli vidi un ghigno sadico disegnato sul volto. Il problema era che il computer diceva che il ritardo non era attribuibile a cause dipendenti da Trenitalia. E quindi? Quindi niente rimborso. Non sarà mica stata colpa mia? Domandai alquanto adirato. Non lo so, ma non nostra. E chi lo dice? Il computer.
Il vecchietto rideva a crepapelle, saltando sulle mie spalle come una scimmietta urlatrice, accidenti a lui! La signorina mi disse che avrei potuto fare ricorso. A chi? A Trenitalia. Certo: a quel computer? Mi spiace signore.
Spiaceva anche a me. Strappai il biglietto e lo buttai nel cestino. Condizioni restrittive, aveva detto quel giorno il vecchietto. Proibitive aggiungerei io.
La signorina mi guardava con un sorriso imbarazzato. La salutai con gentilezza e mi voltai per andare via. Non c’era fila alle mie spalle e si era dissolta anche l’ombra del vecchietto. La stazione era ormai deserta e anche i negozi erano chiusi.
Uscii e mi tirai la porta alle spalle. Quella storia era finita.
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