sabato 16 febbraio 2013
Caro Presidente Napolitano, ha da accendere?
di Alessandro Gioia
6 aprile 2011
6 aprile 2011
Oggi il Presidente Napolitano sarà presente all'Aquila per ricordare il terremoto e le vittime di due anni fa. Ecco, io non posso farlo, non intendo rovinarmi la vita, ma posso scrivere quello che mi piacerebbe fare. Andrei dove si tengono le celebrazioni, magari proprio davanti a uno dei luoghi simbolo come la Casa dello Studente (divento per una volta anche io sciacallo mediatico come tanti). Andrei là con una tanica di benzina e un accendino in mano. Al momento opportuno, mi cospargerei davanti gli occhi increduli di tutti. Penserei per un attimo ai titoli dei Tg nazionali, poi tornerei a concentrarmi sulla mia missione. Avanzerei con passo deciso facendomi largo tra la folla che mi fissa con gli occhi esterrefatti. Quando le forze dell'ordine mi notano, inizierei a gridare: «Fatemi parlare con il Presidente Napolitano o mi dò fuoco!».
Scatterebbe il panico generale. Avrei tutte le telecamere e le macchinette fotografiche puntate addosso. Non dovrei recedere nel mio intento. A piccoli passi dovrei continuare ad avanzare, anche di fronte alle intimidazioni e alle pistole. Dovrei fermarmi solo quando sono sicuro che
il Presidente sia riuscito a sentire la mia voce. Continuare a gridare e attendere che lui accetti. La follia e la disperazione percorrono due parabole che prima o poi trovano un punto d'incontro. Durante il nostro colloquio «privato» e super controllato, mentre una schiera di uomini e la Nazione intera saranno col fiato sospeso, mentre la
puzza di benzina mi brucerà le vie respiratorie, vorrei dire al
Presidente poche semplici parole. Gli vorrei raccontare, oltre la bieca immagine che potrei dar di me, della merda che respiriamo tutti i giorni noi terremotati d'Abruzzo. Vorrei dirgli che non è diversa da quella che si mangia a Napoli, da quella nuova che stanno conoscendo gli immigrati che giungono in questi giorni sulle nostre coste, che non è
dissimile da quella che pare si siano sfangati da soli i Veneti per l'alluvione, che non è diversa da quella che la nostra Repubblica della Merda sta dispensando ogni giorno nella bocca di ogni Italiano.
Vorrei chiedergli ancora, cosa ne pensa Lui di questo stato di cose. Vorrei chiedergli se ne vede uscita. Vorrei domandargli se riesce a dormire la notte. Se riesce a vedere la televisione senza vomitare. Se riesce a pensare al futuro, magari dei suoi nipoti, senza paura o paranoie. Vorrei sapere come riesce vivere ogni giorno della Sua vita in uno Stato nella cui Storia si è insediato il dubbio. Se questi cupi tempi gli ricordano qualcosa. Vorrei chiedergli come riesce ad accettare che l'etica e la morale pare siano scomparse dalla politica, dalle istituzioni, dalle amministrazioni, come pure dal bagaglio culturale di ogni singolo cittadino. Vorrei chiedergli insomma, se anche Lui è uno di quelli là.
Alla sua risposta, porterei una sigaretta alla bocca, ripercorrendo col pensiero la miseria della mia esistenza, ed inizierei a sperare, con tutte le mie forze, di non dover dire: «Presidente Napolitano, ha da accendere?».
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