sabato 16 febbraio 2013
Senza i precari della Asl la sanità è a rischio
di Alessandro Tettamanti, freelance, precario
23 marzo 2011
Ci hanno tolto tutto, anche la possibilità di incazzarsi, di “agire il conflitto”. Senza scomodare Herbert Marcuse, dal 6 aprile 2009 in poi, qui all'Aquila stiamo assistendo solo ad un grande esperimento, una strategia di costruzione del consenso.
Il 16 Marzo alla manifestazione contro il mancato rinnovo dei contratti per i più di 300 precari Asl c’erano tutti. Ma proprio tutti. Oltre ai precari c’erano infatti tutti i sindacati ma anche tutti i politici di destra, sinistra e centro, il direttore della Asl e il Sindaco.
In poche parole la situazione veniva così riassunta: cacciando questi 300 precari semplicemente la sanità nella provincia dell’Aquila non può funzionare.
Il gioco del conflitto apparente veniva posto così: per il Pdl Chiodi era già a Roma per metterci una pezza, per il Pd il governatore era colpevole di ritardo.
E i cittadini a chiedersi: come si è arrivati al rischio di paralisi della sanità allora? La responsabilità non è come al solito di nessuno. Tutti parlano contro un nemico invisibile e i politici approfittano per avere visibilità e fare passerella con i loro discorsi. Perfino il non certo amatissimo manager Asl Giancarlo Silveri, inizialmente nascosto nelle retrovie, viene poi spinto a parlare ma ne esce come al solito pulito come una verginella.
Solo un sindacalista della Cgil sanità inizia dicendo qualcosa che esce fuori dallo spettacolino: «La politica fino ad oggi si è disinteressata di tutto questo». Anche perché un conto sarà concedere la proroga ai precari – che quasi sicuramente arriverà riproducendo lo stesso giochetto fatto agli aquilani con la proroga della restituzione delle tasse – e un conto sarà l’assunzione dei precari. Di questo, meglio evitare di parlare.
Per i politici meglio comparire come salvatori della patria che in extremis si mobilitano per ottenere una proroga. Il 23 Dicembre scorso con le tasse fu la stessa cosa. Addirittura la pantomima si spinse fino all’occupazione del consiglio regionale (dove molte persone si erano recate ingenuamente in buona fede, piene di rabbia e indignazione, e per questo rischiano una denuncia).
Ma il gioco al massacro continua e non ha fine.Il 17 marzo, nella ricorrenza dei 150 anni della (supposta) unità d’Italia, Massimo Cialente continua nella sua “sceneggiata Napoletana” di sindaco dimissionario, occupando il Palazzo Comunale inagibile e dichiarando: «La città è di fatto commissariata, l’ultima parola in ogni decisione spetta sempre a Letta o a Chiodi». Se ne accorge ora, Cialente: fino a ieri sosteneva Letta – suo grande amico – ma dopo il colpo al cerchio, ora uno grosso alla botte. Solo per rastrellare consensi con notevoli trucchi di magia, buoni a rabbuonire i suoi “montanari” e continuarli a stringerli nella morsa in cui ci ha ficcato tutti. Cialente col suo comportamento dimostra sempre più di non aver rispetto per gli aquilani. (Si ricordi in merito solo uno degli episodi, quello della perdonanza Celestiniana 2010 1, 2)
Cialente è il protagonista principale della riduzione dell’Aquilano ad una sola dimensione. Sin dall’inizio ha deciso di interpretare con decisione questo copione: il “sindaco cuscinetto” che vuole continuare a galleggiare e mantenere la pace sociale, nei panni del rivoltoso nei confronti della popolazione e servile nei confronti del governo.
Ci si aggiunga un pizzico di originalità e furberia del personaggio e il gioco è fatto: impossibile uscire dai binari della contestazione funzionale – ufficiale. Impossibile agire il conflitto. E quando questo ci scappa comunque, recuperarlo, in fretta, subito, per riportarlo sulla stessa dimensione. L’unica, come vogliono far credere.
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