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Cambio di guardia
 di Davide D'Amico, dottorando
31 marzo 2011
 
Tra le domande più frequenti che un aquilano si sente fare c’è quella sulla situazione attuale del centro storico. E la risposta la si ripete identica da mesi: il centro storico dell’Aquila, il quinto centro d’arte d’Italia, è ancora così, fermo a com’era ormai quasi due anni fa. Puntellato, con cumuli di macerie ancora abbandonati nei vicoli e piazze più interne; i palazzi, le chiese, la storia che rappresentano, che aspettano nel silenzio della zona rossa di sapere quando torneranno come prima, patrimonio inestimabile di tutti. Qualche decina di strade sono state aperte e ancora pochi i locali commerciali che hanno ripreso le attività.
 
Ma non è stato ricostruito allora? No, il centro storico non è stato ricostruito, ne si ha un piano chiaro su come e quando si farà. Abbiamo solo delle “linee guida”, un testo di quasi duecento pagine scritto dopo un anno e mezzo da una sorta di consiglio di saggi, che proclama, imposta, prevede. Senza però nessuna certezza, senza nessun progetto concreto.
Perché non tenerlo aperto, perché non eliminare la zona rossa? Questioni di sicurezza, così ci dicono. Sicurezza di chi o cosa non si sa bene. Visto che le strade chiuse sono quasi tutte puntellate nello stesso modo delle strade aperte; visto che ormai è stato trafugato dalle case abbandonate tutto quello che si poteva; che molte pietre, e parti di valore dei palazzi e delle chiese, abbandonati come rifiuti nelle piazze, saranno già stati rivenduti nel mercato nero dell’arte, per abbellire chissà quali ville.
Una sicurezza questa, rappresentata dall’esercito che presidia il centro. Quelle camionette e quei ragazzi in tuta mimetica e mitra a tracolla, come se fossero in guerra, che sono a L’Aquila dalle prime settimane dopo il terremoto, sorvegliando diversi punti della manciata di vie percorribili. L’esercito, che vuole ispirare a chi cammina per strada, agli aquilani, ai turisti, una sensazione di sicurezza, che è piuttosto un’illusione di sicurezza; una manifestazione di un potere forte, che ci calmi e tolga i “cattivi pensieri” dalla testa.
Per chi volesse vedere coi propri occhi L’Aquila consiglio di andare durante il cambio di guardia di questi tranquillizzanti posti di controllo. La sera, poco prima di cena ad esempio, quando nelle camionette inizia a esserci movimento, i militari si rivestono, mettono in ordine; quando i fari del turno successivo compaiono dal fondo della strada. Mentre si è lì, magari assorti a testa china a guardare i sampietrini, dimenticando che tutto intorno non più è come due anni fa; quando ad un tratto si sente un boato crescere in lontananza, un rombo di motori in arrivo. E bisogna spostarsi, far passare lungo la strada stretta il turno che sta smontando o che sta prendendo posto, con il suo frastuono molesto che scuote l’aria intorno alle transenne e agli edifici imbrigliati dai puntellamenti.
Il cambio di guardia a San Berardino, quello a Piazza Regina Margherita, a via Fortebraccio, a Corso Vittorio Emanuele, quello a via San Michele... E complice la stanchezza, lo straniamento, i mille altri problemi da affrontare in una città ancora in emergenza si rischia di finire per abituarsi anche ai militari. A sconosciuti che ti impediscono per motivi ormai inesistenti di entrare nei tuoi vicoli e piazze. Si finisce per abituarsi alla chiusura della propria città, come alle crepe che si affacciano sul Corso o ai tetti di acciaio al posto delle cupole. Non che l’esercito in se sia l’ostacolo alla ricostruzione, alla soluzione dei problemi, ma certamente è l’emblema di come è stata ed è tuttora gestita la fase post-emergenza nel territorio aquilano.
Si finisce davvero per abituarsi? Una speranza lieve c’è, nonostante la tentazione di assuefarsi allo status quo, nonostante le divisioni e le stanchezze. Che quel rumore stia diventando troppo fastidioso, quasi offensivo; che sempre più aquilani inizino a dire: sto camminando nella mia città, lasciatemi in pace, lasciatela in pace, ormai siete ormai solo un disturbo! Non sarà facile, ma bisognerà trovare il modo di amplificarlo quel rumore, di renderlo insopportabile anche a chi ancora riesce a non sentirlo. Amplificarlo, per poi finalmente riuscire a spegnerlo e non farlo tornare più; in un ultimo cambio di guardia che liberi l’Aquila dalla militarizzazione permanente e che restituisca ai cittadini la loro città.
 
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