sabato 16 febbraio 2013
Il miracolo aquilano
Articolo estratto da un contributo per la rivista Macramè N°4 del Dottorato in Progettazione Urbanistica e Territoriale dell'Università degli Studi di Firenze
di Enrico Ciccozzi - Urbanista, precario dell’università
di Enrico Ciccozzi - Urbanista, precario dell’università
27 marzo 2011
Per capire cosa sta avvenendo a L’Aquila può essere utile ripartire dal concetto di territorio, inteso come esito di relazioni profonde tra ambiente naturale, costruito ed antropico. Relazioni che si stratificano nel corso della storia arricchendosi, modificandosi fino a costituire l’identità stessa dei luoghi.
La vallata aquilana, posta tra i maggiori rilievi appenninici, è fortemente segnata dalla tettonica e dalla morfologia, con a nord la catena del Gran Sasso, degradante tramite una serie di piani carsici, e a sud il ripido allineamento dei Monti di Ocre e del Sirente. Al centro una depressione riempita da depositi alluvionali, tra i quali scorre il fiume Aterno.
In questo contesto la vicenda umana ha realizzato un ambiente costruito che si basava, fino a qualche decennio fa, su alcuni elementi chiaramente leggibili: i pascoli naturali e artificiali, il paesaggio agrario a campi aperti, i borghi accentrati posizionati a quote man mano decrescenti, la città, la viabilità principale di fondovalle e quella secondaria a pettine.
Per capire cosa sta avvenendo a L’Aquila può essere utile ripartire dal concetto di territorio, inteso come esito di relazioni profonde tra ambiente naturale, costruito ed antropico. Relazioni che si stratificano nel corso della storia arricchendosi, modificandosi fino a costituire l’identità stessa dei luoghi.
La vallata aquilana, posta tra i maggiori rilievi appenninici, è fortemente segnata dalla tettonica e dalla morfologia, con a nord la catena del Gran Sasso, degradante tramite una serie di piani carsici, e a sud il ripido allineamento dei Monti di Ocre e del Sirente. Al centro una depressione riempita da depositi alluvionali, tra i quali scorre il fiume Aterno.
In questo contesto la vicenda umana ha realizzato un ambiente costruito che si basava, fino a qualche decennio fa, su alcuni elementi chiaramente leggibili: i pascoli naturali e artificiali, il paesaggio agrario a campi aperti, i borghi accentrati posizionati a quote man mano decrescenti, la città, la viabilità principale di fondovalle e quella secondaria a pettine.
L’economia era intrinsecamente connessa alle risorse locali, impossibilitata dai limiti tecnologici ad incidere pesantemente sul funzionamento degli ecosistemi e capace di produrre qualità insediativa. Il sistema città-territorio vedeva il capoluogo che, nonostante le ridotte dimensioni, aveva un carattere fortemente urbano, finitamente delimitato dalle proprie mura, con funzioni di accumulazione, trasformazione e commercializzazione ed il contado, storicamente segnato dai rapporti tra un’agricoltura sussistenziale e una pastorizia transumante proto-industriale.
Un sistema economico fondato sulla pura ingiustizia, talvolta con un impatti ambientali significativi, ma almeno capace di creare qualità territoriale.
Un sistema economico fondato sulla pura ingiustizia, talvolta con un impatti ambientali significativi, ma almeno capace di creare qualità territoriale.
Il passaggio dalla produzione primaria a quella secondaria ha causato, per i primi cinquant’anni del XX secolo, un profondissimo impoverimento dell’area ed il crollo demografico di tutti i centri minori. In una seconda fase (dagli anni ’60 in poi) l’urbanizzato è cresciuto di ben sei volte ed ha invaso la pianura alluvionale del fiume Aterno; intorno a L’Aquila sono nati i nuclei industriali, la periferia, il percorso autostradale.
Tali trasformazioni erano tutte contenute nel P.R.G. del ’75, che ha pianificato con almeno un decennio di ritardo la città-fabbrica. Nello stesso momento in cui la crisi petrolifera e la conflittualità operaia altrove anticipavano la fine del Novecento, la SIT-SIEMENS e altre grandi imprese sono fuggite dal nord per invadere, fuori tempo massimo, nuovi e più tranquilli spazi. I risultati di queste scelte non hanno tardato ad arrivare con il loro lascito di disoccupazione e di capannoni industriali dismessi o mai utilizzati.
Tali trasformazioni erano tutte contenute nel P.R.G. del ’75, che ha pianificato con almeno un decennio di ritardo la città-fabbrica. Nello stesso momento in cui la crisi petrolifera e la conflittualità operaia altrove anticipavano la fine del Novecento, la SIT-SIEMENS e altre grandi imprese sono fuggite dal nord per invadere, fuori tempo massimo, nuovi e più tranquilli spazi. I risultati di queste scelte non hanno tardato ad arrivare con il loro lascito di disoccupazione e di capannoni industriali dismessi o mai utilizzati.
Dagli anni ‘90 sono nate un po’ di speranze intorno alle tematiche dello sviluppo sostenibile: l’istituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga e del Parco Regionale del Sirente-Velino, fino al riconoscimento dell’Abruzzo Regione Verde d’Europa. Gli esiti in termini di ricaduta socio-economica sono modestissimi e anche negli ultimi due decenni prosegue il deterioramento ambientale. I centri montani o si sono ulteriormente spopolati o hanno subito la “valorizzazione turistica”, legata ai bacini sciistici. I pascoli e i coltivi vengono quasi definitivamente abbandonati, le aree agricole di pianura sono invase da microscopici ed inutili nuclei industriali, da cave, da discariche, da strade.
I centri storici, sia nel capoluogo che nei comuni vicini, hanno continuato a perdere peso e qualità, sono cresciuti l’insediamento diffuso e l’addensamento intorno ai poli commerciali.
Il territorio è stato frazionato da P.R.U.S.S.T., P.I.T., Piani per la recettività, Piani traffico, ecc.
I centri storici, sia nel capoluogo che nei comuni vicini, hanno continuato a perdere peso e qualità, sono cresciuti l’insediamento diffuso e l’addensamento intorno ai poli commerciali.
Il territorio è stato frazionato da P.R.U.S.S.T., P.I.T., Piani per la recettività, Piani traffico, ecc.
Altre speranze avrebbero potuto vertere intono all’Università, ma anche qui si è preferito costruire poli didattici esterni al tessuto urbano, lasciando al centro storico le abitazioni (rivelatesi poi fatiscenti) e i locali di ritrovo.
Questa era la situazione prima del 6 aprile: erosione progressiva del territorio, rallentata solo dalla marginalità e dalle capacità resistenziali insite nelle caratteristiche locali. Insomma, una situazione abbastanza comune a molti contesti della provincia italiana.
Il terremoto ha segnato l’accesso ad una nuova frontiera: un “miracolo aquilano” che prevede una struttura economica segnata da un capitalismo predatorio ed una sovrastruttura socio-politica retta dall’emergenza. Economia della catastrofe e stato d’eccezione che, come dice Agamben “tende sempre più a presentarsi come il paradigma di governo dominante nella politica contemporanea e diventa sospensione dello stesso ordine giuridico"1. Ciò che prima del 6 aprile 2009 non era politicamente conveniente ora è diventato non solo necessario, ma condivisibile, auspicabile. Nel momento in cui una buona parte dei valori fisici del territorio è andata distrutta, i fenomeni di degrado hanno cominciato ad accelerare e ad amplificarsi: la città è esplosa per trasformarsi in una polarità lineare, gerarchica, totalmente veicolare, composta da un centro commerciale, da una serie di dormitori, da una miriade di casupole sparpagliate ovunque.
Il centro storico è stato espropriato dall’esercito ed ibernato per essere, forse, immesso in un futuro mercato immobiliare2; al momento l’inutile presenza dei militari alle porte della città sta a simboleggiare perfettamente come lo stato di eccezione sia diventato normale articolazione dell’ordine.
Alcuni quartieri periferici sono pesantemente gravati da funzioni poco consone, altri sembrano destinati all’abbandono, perché inutili dopo la costruzione di altre lottizzazioni composte da edifici ben più allettanti, spacciati vergognosamente come antisismici, sostenibili, ecologici.
L’intera vallata per un raggio di 20-30 km viene invasa dal cemento, in una smania collettiva per cui nulla si recupera e tutto si costruisce3. Progettare, tra le macerie di una città insostenibile, avrebbe potuto assumere il significato di “prendersi cura del territorio, recuperare, riutilizzare il patrimonio di risorse naturali e culturali, restituire un senso a ciò che abbiamo ereditato”4: il piano C.A.S.E. rappresenta esattamente il contrario5. Ma il terremoto ha permesso anche un’impressionante restrizione dei diritti, fin oltre la soglia che separa la democrazia dal regime totalitario. Il completo svuotamento della partecipazione politica ha modificato le regole e le forme della rappresentanza a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica. Questo passaggio è stato anticipato all’interno dei campi, dove la popolazione aquilana è stata tenuta per sei mesi, in modo da poter realizzare, caso unico nella storia dei terremoti italiani il passaggio diretto dalle tende alle case6. La logica del campo con regolamenti, recinti, cancelli, controlli, ha prodotto la limitazione dell’agire quotidiano, l’ospedalizzazione, la separazione, la competizione. Dentro i campi i cittadini si sono stati tramutati in “supplici”, i più indegni hanno recitato il ruolo dei kapò. Durante quei sei mesi, rispondendo alle logiche dell’emergenza, dell’efficentismo e della mediaticità, si sono prese le scelte economiche ed insediative che riguardavano un’intera collettività e si è pianificato il sacco del territorio. Usciti dai campi, ancora transenne, cancelli, colonne di mezzi militari e divise di ogni genere; usciti dai campi ogni decisione nelle mani dei Commissari7. Il risultato è un territorio ridotto a sola merce, una tabula rasa su cui scaricare ogni funzione economicamente vantaggiosa. Territorio non più abitato, ma consumato da soggettività prive di ogni capacità critica, decisionale, resistenziale, ben contente di accettare la frantumazione nelle tante microscopiche nicchie, fisicamente rappresentate tanto dalla miriade di casette, che dal piano C.A.S.E. Non più una società, ma individui che hanno barattato la propria dimensione urbana e collettiva per quattro baracche con il televisore al plasma8.
Il terremoto ha segnato l’accesso ad una nuova frontiera: un “miracolo aquilano” che prevede una struttura economica segnata da un capitalismo predatorio ed una sovrastruttura socio-politica retta dall’emergenza. Economia della catastrofe e stato d’eccezione che, come dice Agamben “tende sempre più a presentarsi come il paradigma di governo dominante nella politica contemporanea e diventa sospensione dello stesso ordine giuridico"1. Ciò che prima del 6 aprile 2009 non era politicamente conveniente ora è diventato non solo necessario, ma condivisibile, auspicabile. Nel momento in cui una buona parte dei valori fisici del territorio è andata distrutta, i fenomeni di degrado hanno cominciato ad accelerare e ad amplificarsi: la città è esplosa per trasformarsi in una polarità lineare, gerarchica, totalmente veicolare, composta da un centro commerciale, da una serie di dormitori, da una miriade di casupole sparpagliate ovunque.
Il centro storico è stato espropriato dall’esercito ed ibernato per essere, forse, immesso in un futuro mercato immobiliare2; al momento l’inutile presenza dei militari alle porte della città sta a simboleggiare perfettamente come lo stato di eccezione sia diventato normale articolazione dell’ordine.
Alcuni quartieri periferici sono pesantemente gravati da funzioni poco consone, altri sembrano destinati all’abbandono, perché inutili dopo la costruzione di altre lottizzazioni composte da edifici ben più allettanti, spacciati vergognosamente come antisismici, sostenibili, ecologici.
L’intera vallata per un raggio di 20-30 km viene invasa dal cemento, in una smania collettiva per cui nulla si recupera e tutto si costruisce3. Progettare, tra le macerie di una città insostenibile, avrebbe potuto assumere il significato di “prendersi cura del territorio, recuperare, riutilizzare il patrimonio di risorse naturali e culturali, restituire un senso a ciò che abbiamo ereditato”4: il piano C.A.S.E. rappresenta esattamente il contrario5. Ma il terremoto ha permesso anche un’impressionante restrizione dei diritti, fin oltre la soglia che separa la democrazia dal regime totalitario. Il completo svuotamento della partecipazione politica ha modificato le regole e le forme della rappresentanza a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica. Questo passaggio è stato anticipato all’interno dei campi, dove la popolazione aquilana è stata tenuta per sei mesi, in modo da poter realizzare, caso unico nella storia dei terremoti italiani il passaggio diretto dalle tende alle case6. La logica del campo con regolamenti, recinti, cancelli, controlli, ha prodotto la limitazione dell’agire quotidiano, l’ospedalizzazione, la separazione, la competizione. Dentro i campi i cittadini si sono stati tramutati in “supplici”, i più indegni hanno recitato il ruolo dei kapò. Durante quei sei mesi, rispondendo alle logiche dell’emergenza, dell’efficentismo e della mediaticità, si sono prese le scelte economiche ed insediative che riguardavano un’intera collettività e si è pianificato il sacco del territorio. Usciti dai campi, ancora transenne, cancelli, colonne di mezzi militari e divise di ogni genere; usciti dai campi ogni decisione nelle mani dei Commissari7. Il risultato è un territorio ridotto a sola merce, una tabula rasa su cui scaricare ogni funzione economicamente vantaggiosa. Territorio non più abitato, ma consumato da soggettività prive di ogni capacità critica, decisionale, resistenziale, ben contente di accettare la frantumazione nelle tante microscopiche nicchie, fisicamente rappresentate tanto dalla miriade di casette, che dal piano C.A.S.E. Non più una società, ma individui che hanno barattato la propria dimensione urbana e collettiva per quattro baracche con il televisore al plasma8.
1 G. Agamben, Stato di eccezione. Homo sacer, Bollati Borighieri, Torino 2003.
2 L’intero centro storico dell’Aquila a tutt’oggi è considerato “Zona rossa”, cioè è presidiato dall’Esercito ed interdetto alla fruizione. All’interno di tale area non è possibile avviare nessuna ristrutturazione ad esclusione dei puntellamenti; a quasi due anni dal terremoto le macerie abbondano, come gli edifici pericolanti che andrebbero semplicemente abbattuti, ma c’è anche una buona percentuale di edifici (circa il 30%) che potrebbe tornare abitabile a seguito di una ristrutturazione leggera. Chiaramente è fortissimo il rischio che l’intero centro, dopo anni di abbandono possa essere svenduto a qualche immobiliare che potrebbe realizzare una grossa speculazione.
3 In questo modo, tra l’altro, si è pesantemente frammentato il corridoio ecologico che collegava il Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga al Parco Regionale del Sirente-Velino.
4R. Gambino, Conservare Innovare, UTET, Torino, 1997.
5 Il Piano C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecologici) è consistito nella costruzione di diciannove nuovi insediamenti fortemente delocalizzati, antitetici ad una possibile rinascita della città. E’ stato insediato in aree agricole scarsamente urbanizzate, prive di servizi e di viabilità. I costi di realizzazione sono stati altissimi (2800 € a metro quadro) e nelle abitazioni è presente anche il superfluo. A questi costi andranno aggiunti, ovviamente, quelli per la realizzazione dei futuri servizi.
6 La prassi seguita nei terremoti prevede una brevissima fase in cui la popolazione vive nei campi, un passaggio in strutture provvisorie e removibili ed infine il rientro, per quanto possibile, nelle proprie abitazioni. Questa prassi chiaramente prevede tempi abbastanza lunghi, ma da modo alla collettività di poter partecipare alle scelte ricostruttive.
7 Dal gennaio 2010 si insedia il Commissario delegato alla ricostruzione, nella figura del Presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi (Pdl), affiancato dal Sindaco di L’Aquila Massimo Cialente (PD). Il Commissario è coadiuvato dalla Struttura tecnica di missione, coordinata dall’Arch. Gaetano Fontana, già Direttore dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili. Ad ottobre 2010 viene nominato un nuovo vice-commissario: Antonio Cicchetti, proprietario di un campo da golf a L’Aquila, Direttore dell’Università Cattolica di Roma e Gentiluomo del Soglio Pontificio, mentre il Sindaco Cialente si dimette.
8 Casette, baracche, abusivismo: ciascuno in piccolo ha riprodotto il modello del piano C.A.S.E.. La villettopoli, cioè il modello insediativo che meglio risponde ai disvalori della società post-fordista, a L’Aquila si è manifestato nella versione della baraccopoli.
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- That's 2 cveelr by half and 2x2 clever 4 me. Thanks! 06-10-2011 15:35 - Gump
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