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L’Aquila: passi e passaggi, case e colori
di Federica Rigliani maestra elementare
21 marzo 2011
 
Nero e verde sono i colori della città. Il primo simboleggia il lutto del terremoto che la distrusse nel ‘700; il secondo la speranza, annidata allora dentro ciascuno, che la ricostruzione sarebbe stata possibile. E così fu. Oggi, purtroppo, la bandiera cittadina si attualizza con forza nel nostro presente. Nero è il lutto che viviamo, verde la speranza in un futuro tutto da ricostruire. Di nuovo. Ma il verde simboleggia anche questa regione, talmente ricca di verde da ospitare più di un Parco Naturale protetto. Qui ci sono paesaggi da mozzare il fiato! Forse è proprio la bellezza di questo territorio ad alimentare il nostro legame con ciò che ci circonda. O forse è stato il secolare isolamento geografico, aperto dalla A24 solo in tempi recenti.
Massimo Mastrolillo, fotografo impegnato in un lavoro che vuole dimostrare temporaneità e mutabilità dei territori, mi ha detto che lavorando all’Aquila si è accorto che solo i sardi somigliano agli abruzzesi in questo viscerale attaccamento. E viceversa. Oggi i luoghi attraversati dal sisma ben si prestano a mostrare gli effetti di passaggi su paesaggi mutabili e mutanti. Non a caso il progetto fotografico da lui proposto,Temporary?Landscapes, ha come prima destinazione L’Aquila. Verrà presentato  il 6 aprile prossimo, in collaborazione con il Comitato 3e32, e vedrà l’affissione di gigantografie del territorio grandezza transenne, in città e in zona rossa.
A proposito di segni e passaggi… Basta farsi un giro per vederli...  E per accorgerti come tutto sia diverso da prima e anche dai mesi successivi al 6 aprile del 2009. “Girare” è il termine più adatto qui all’Aquila: giri perché non sai dove andare, giri quando una meta ce l’hai e giri anche quando vai dritto. Percorri lunghi rettilinei e giri intorno a rotatorie venute su come funghi. Giri, ma rimani sempre dentro un circuito obbligatorio che, a sua volta, gira intorno alla città, a tratti più vicino, a tratti più lontano. Sembra metaforicamente stringerla e soffocarla. L’Aquila giace al suo interno, zitta e immobile. E’ il circuito di collegamento alle New Town, diciannove per l’esattezza. Qui ci sono le CI A ESSE E, le C.A.S.E., acronimo di Case Antisismiche Sostenibili e Ecocompatibili, che di sostenibile hanno ben poco,  visto l’impatto che producono sul territorio e l’impossibilità di essere rimosse. Testimoniano di per sé uno scempio costato 2.700 € mq. Tra una New Town e l’altra un mare infinito di casette di legno. Chi ha potuto le ha messe in un pezzetto di terra, e qui sono in tanti ad avere un pezzetto di terra. Sbucano da ogni dove e nel tempo si sono moltiplicate. Ma tra le New Town, le Ci A ESSE E del progetto C.A.S.E. , le casette di legno e i resti di edifici crollati - con tetti sfondati, facciate aperte e mobili a vista - da qualche tempo spuntano le case B ristrutturate. Alcuni hanno finito i lavori a proprie spese, altri stanno cominciando a ricevere finanziamenti per la messa in sicurezza delle case B. Ed eccole lì. Le riconosci. Sono tutte a colori! E svettano!
Sullo sfondo di una terra ferita e bellissima, su un verde che in questi giorni restituisce anche i colori del risveglio, si levano case che sembrano urlarti “Ce l’ho fatta. Sono qui”. O forse è l’urlo di chi non riesce a credere di aver avuto davvero la fortuna di non averla persa quella casa. Da qualche parte ho letto che la notte del 6 aprile furono i colori a guidare la fuga della gente, e che questo, in parte, ha motivato la scelta cromatica delle nuove case B. Non ci credo. Quella notte nessun colore era visibile al buio ricoperto dalla polvere.
Oggi strade e colline sono prepotentemente dominate da case gialle, rosse e arancioni; verde pistacchio, verde acido e verde bottiglia. Case blu, celesti e viola. Un simil rosso pompeiano lascia spazio a un rosso vermiglio, dietro si intravede una facciata giallo canarino. Tanti colori. Colori che ti arrivano sul viso come un pugno!
Qualcuno si è sbizzarrito in infinite combinazioni intervallando il colore principale con strisciate verticali di altra gradazione cromatica, o ridisegnando contorni e interni di finestre e portoncini. A Paganica, nella piazza centrale del paese, adiacente alla chiesa puntellata e semidistrutta, ma soprattutto antica, molto antica, c’è una casa verde farmacia da far accapponare la pelle. Sullo sfondo, il Gran Sasso imponente, impotente.
Speriamo che questo collage cromatico non sia il risultato di acquisti di materiali a basso costo – comunque comprensibili -  o rimanenze di magazzino di cui sbarazzarsi tirate dietro a sventurati che apprezzano il risparmio.
Qui ci sono borghi antichi. Anche quelli distrutti e semidistrutti testimoniano ancora un passato. Non si può fare proprio nulla per far sì che mantengano la propria identità? Si può fare ancora qualcosa per non trasformare questa terra in qualcosa che non ci appartiene? Forse le autorità, invece di accanirsi in tanti divieti e limitazioni delle libertà personali, avrebbero dovuto pensare a disposizioni che garantissero una ricostruzione il più possibile sostenibile e ecocompatibile.  Guardando anche ai dettagli. Invece, dove ti giri vedi i segni di devastazioni aggiunte alla tragedia.
Un grande capo pellerossa ha detto della sua terra: “non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”.
Sicuramente nessuno dei padri che ha vissuto la nostra la ricorda in questo modo.
Forse nessuno dei figli a cui l’abbiamo presa in prestito dovrebbe essere costretto a vederla così.
 
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