mercoledì 18 settembre 2013
L'Aquila due anni dopo
Solo un grido nel silenzio: «Presidente, pensaci tu»
Eleonora Martini, inviata a L'Aquila
6 aprile 2011
Poche ore di sonno per la lunga notte di veglia e il cuore ancora gonfio di dolore, gli aquilani hanno affrontato il secondo anniversario del terremoto del 6 aprile 2009 - una giornata di lutto cittadino ma di lavoro come tutte le altre: uffici e scuole aperte che alle 11 si sono fermati per cinque minuti di silenzio in ricordo delle 309 vittime, e bandiere a mezz'asta - con la forza della disperazione.
Se l'appuntamento notturno per la fiaccolata silenziosa che ha attraversato la città fino al cuore di Piazza Duomo in attesa dei 309 rintocchi (18 lunghissimi minuti a partire dalle 3.32 in punto) è stato meno partecipato dell'anno scorso, chiunque abbia potuto raggiungere ieri a mezzogiorno la basilica di Collemaggio lo ha fatto. Per vedere e farsi scaldare il cuore dal volto dello Stato. Non erano lì per ascoltare messa, non un gesto di saluto è partito alla volta dei vescovi officianti Molinari e D'Ercole; trasparenti agli occhi di tutti i vari Gianni Letta, il governatore Gianni Chiodi, il sindaco Massimo Cialente, il capo della protezione civile ed ex prefetto dell'Aquila Franco Gabrielli. Tutti aspettavano solo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accolto con lunghi e ripetuti applausi e un sentito abbraccio collettivo non appena sceso dall'auto (mentre Letta ha viaggiato in elicottero), praticamente nel bel mezzo di un grande cantiere che ancora avvolge l'antica basilica celestiniana.
Un vero bagno di folla per il capo dello Stato che prima di entrare in chiesa ha salutato i familiari dei morti nel sisma accompagnati quest'anno da altre associazioni in ricordo delle «vittime dell'illegalità». «Gli aquilani non devono aver paura di essere dimenticati», li ha rassicurati . «Per fortuna - ha detto poi rivolto ai giornalisti - la coscienza civica del nostro paese, degli italiani, non è al di sotto del dovere, del ricordo e della vicinanza».
Impossibile non notare l'uso delle parole. Per Napolitano l'Italia è sì caduta in basso ma non fino al punto di cancellare «neanche per un solo momento dalla sua memoria la tragedia del terremoto che ha colpito questa bellissima città e che ha visto poi impegnati popolazione e cittadini con il concorso di altre parti d'Italia in uno sforzo straordinario. Sappiamo che le questioni di prospettiva sono complesse ma deve essere chiaro che per noi L'Aquila vale quanto la più grande delle città storiche del nostro paese». «La mia presenza qui oggi - ha puntualizzato il presidente - al di là della mia persona, rappresenta sul piano istituzionale il capo dello Stato e conferma come gli italiani siano sempre stati e siano sempre vicini e solidali». Napolitano minimizza le divisioni che si sono evidenziate «dopo la prima fase d'emergenza» e invita ancora una volta «chi ha responsabilità comunale, regionale e nazionale» a «contenere i toni» e a fare il «massimo sforzo non solo per soddisfare il bisogno di lavoro, di studio e della ripresa delle attività cittadine ma soprattutto per la ricostruzione e la rinascita del centro storico della città». L'Aquila, dunque, com'era e dov'era.
Sicuramente da molto tempo il presidente Napolitano non visita la zona rossa dell'Aquila e dei comuni del cratere. Neanche ieri lo ha fatto. Peccato, perché forse avrebbe capito meglio quel bisogno di Stato e quel silenzio totale che ha accompagnato i lunghi applausi, interrotti solo alla fine, all'uscita dalla basilica, dal grido di una donna: «Presidente, non ci abbandoni». Lo stesso silenzio che regna nei centri-fantasma ancora invasi dalle macerie e perfino dalle auto distrutte quella notte e mai rimosse, lo stesso che ha caratterizzato per ore la fiaccolata notturna a cui hanno partecipato circa 18 mila persone, almeno 6-7 mila in meno dell'anno scorso, quando a sfilare c'erano però anche molti dei volontari di protezione civile. Giovani e giovanissimi, soprattutto, come la maggior parte delle vittime: lo testimoniava uno striscione con le foto dei tanti studenti e la scritta «anche stasera non tornerò a casa». La rassegnazione, la stanchezza, la perdita di fiducia che segna un'intera popolazione ancora non ha fiaccato del tutto le ultime generazioni che lottano per avere un futuro qui e ora. Nessuna bandiera dopo lo striscione d'apertura con su scritto: «Per loro, per tutti, i familiari delle vittime», e le gigantografie dei morti aquilani ma anche di quelli uccisi dal treno-bomba di Viareggio e nelle altre stragi dell'illegalità. Solo qualche drappo nero-verde e una bandiera italiana fatta sventolare da una scolaresca di Vicenza in gita: «Avevamo visto tante foto e tanti filmati dell'Aquila, ma vederla con i propri occhi è un'altra cosa. Siamo sconvolti».
«Non sentiamo la mancanza di piazza Palazzo (sede del comune, ndr) perché associamo alle sue panchine nostalgici ricordi - scrivono in un volantino consegnato alle istituzioni gli studenti di un liceo classico aquilano - ma perché lì, nell'agorà, passeggiano le prime ambizioni di una città. Ciò che temiamo davvero è il degrado culturale e sociale». Un degrado denunciato anche dalle istituzioni culturali professionali della città (dal Teatro stabile, all'orchestra sinfonica Abruzzese, Atam, ecc) che ieri mattina hanno consegnato al capo di gabinetto di Napolitano un documento in cui denunciano i tagli fino al 70% imposti dalla Regione Abruzzo.
L'Aquila era questo: università e cultura. Per questo il governo Berlusconi non vuole ricostruirla.
Una tragedia nazionale
Marco Boccitto
6 aprile 2011
Se non a Tripoli, vista l'adesione convinta all'ennesima guerra «umanitaria», almeno a L'Aquila il presidente Napolitano ha confermato ieri di essere l'unico volto presentabile che lo Stato è in grado di mettere in campo al momento. Della visita con cui ha segnato il secondo anniversario del sisma aquilano gliene sarà eternamente grato il sindaco Cialente, che l'ha fortemente voluta. La sua è stata una «presenza decisiva» - ha sottolineato il primo cittadino - che ha fatto tornare L'Aquila «una grande tragedia nazionale». Bene, eppure male.
Spendere una testimonianza così altolocata solo per tornare alla fase 1 della «tragedia» è cosa che nella migliore delle ipotesi intristisce e dà la misura del tempo perso nel frattempo. Viene da pensare tanto a quel che non è stato fatto e invece si poteva fare, quanto a quel che invece è stato fatto e si poteva tranquillamente evitare. A meno che non si intenda abusare ulteriormente del bollino «bene comune» applicandolo ai centri commerciali e ai ghetti-dormitorio.
Due anni dopo, sarebbe stato forse auspicabile parlare d'altro. Se non della rinascita avvenuta, quantomeno delle basi gettate per rialzare la testa e guardare un bel po' oltre la logica emergenziale. Un ragionamento capace di azzerare il mero calcolo politicistico, uno sforzo commisurato ai bisogni e alla condizione non solo materiale delle prossime generazioni, anziché all'abbisogna contabile della prossima tornata elettorale. Non è chiaro - o forse lo è fin troppo - cosa impedisce a L'Aquila di vendicarsi della sciagura subita con una nuova opportunità, di lenire il suo dolore con una visione di maggiore prospettiva, diventare una città «di transizione» nel senso più moderno, energeticamente autosufficiente e socialmente attraente, con tutte le forme partecipative dal basso che ne conseguono. Nulla - se non le scelte di un governo arrogante e le strategie di un'opposizione balbettante - avrebbe dovuto impedire di realizzare qui un modello finalmente sostenibile, di mantenere la ragione fondativa del capoluogo nell'integrazione con i borghi del territorio circostante. Altro che svuotare l'oceano con un cucchiaino, come rischiano di apparire tutti gli interventi operati fin qui nel centro storico - un pianeta buio e freddo avvolto nelle traiettorie dei suoi nuovi satelliti. La logica della crescita costi quel che costi ha finito per far crescere solo i disagi e le difficoltà.
Il capo dello Stato in sostanza ha ribadito la necessità di ricostruire la città lì dov'era, con tutto quel che conteneva prima del terremoto. Quindi relazioni sociali, attività socio-economiche, storia, cultura. Quel che per la popolazione è sempre stato un imperativo, insomma, e che ad altri deve essere suonato al massimo come un condizionale, una promessa destinata di anno in anno a sfumare in un congiuntivo sempre più passato.
6 aprile 2011
Se non a Tripoli, vista l'adesione convinta all'ennesima guerra «umanitaria», almeno a L'Aquila il presidente Napolitano ha confermato ieri di essere l'unico volto presentabile che lo Stato è in grado di mettere in campo al momento. Della visita con cui ha segnato il secondo anniversario del sisma aquilano gliene sarà eternamente grato il sindaco Cialente, che l'ha fortemente voluta. La sua è stata una «presenza decisiva» - ha sottolineato il primo cittadino - che ha fatto tornare L'Aquila «una grande tragedia nazionale». Bene, eppure male.
Spendere una testimonianza così altolocata solo per tornare alla fase 1 della «tragedia» è cosa che nella migliore delle ipotesi intristisce e dà la misura del tempo perso nel frattempo. Viene da pensare tanto a quel che non è stato fatto e invece si poteva fare, quanto a quel che invece è stato fatto e si poteva tranquillamente evitare. A meno che non si intenda abusare ulteriormente del bollino «bene comune» applicandolo ai centri commerciali e ai ghetti-dormitorio.
Due anni dopo, sarebbe stato forse auspicabile parlare d'altro. Se non della rinascita avvenuta, quantomeno delle basi gettate per rialzare la testa e guardare un bel po' oltre la logica emergenziale. Un ragionamento capace di azzerare il mero calcolo politicistico, uno sforzo commisurato ai bisogni e alla condizione non solo materiale delle prossime generazioni, anziché all'abbisogna contabile della prossima tornata elettorale. Non è chiaro - o forse lo è fin troppo - cosa impedisce a L'Aquila di vendicarsi della sciagura subita con una nuova opportunità, di lenire il suo dolore con una visione di maggiore prospettiva, diventare una città «di transizione» nel senso più moderno, energeticamente autosufficiente e socialmente attraente, con tutte le forme partecipative dal basso che ne conseguono. Nulla - se non le scelte di un governo arrogante e le strategie di un'opposizione balbettante - avrebbe dovuto impedire di realizzare qui un modello finalmente sostenibile, di mantenere la ragione fondativa del capoluogo nell'integrazione con i borghi del territorio circostante. Altro che svuotare l'oceano con un cucchiaino, come rischiano di apparire tutti gli interventi operati fin qui nel centro storico - un pianeta buio e freddo avvolto nelle traiettorie dei suoi nuovi satelliti. La logica della crescita costi quel che costi ha finito per far crescere solo i disagi e le difficoltà.
Il capo dello Stato in sostanza ha ribadito la necessità di ricostruire la città lì dov'era, con tutto quel che conteneva prima del terremoto. Quindi relazioni sociali, attività socio-economiche, storia, cultura. Quel che per la popolazione è sempre stato un imperativo, insomma, e che ad altri deve essere suonato al massimo come un condizionale, una promessa destinata di anno in anno a sfumare in un congiuntivo sempre più passato.
Università. Si piantano alberi alla casa dello studente.
Ma i fondi non ci sono
Serena Giannico, da L'Aquila
6 aprile 2011
È il bianco dei mandorli che apre la strada per L'Aquila, in questo scorcio dell'anno. Fiori che stridono con la città sconquassata e che adesso, nel polo universitario di Coppito, ricorderanno i 55 studenti morti a causa del terremoto. «Così - dice il rettore, Ferdinando Di Orio - il tempo che passa non farà dimenticare, ma sarà linfa verde. Che speriamo porti al risveglio del territorio. Gli avvenimenti ci hanno scavalcato. È la maniera che abbiamo, con i nostri limitati mezzi, di tenere accesa l'attenzione sul dramma del 6 aprile». Con lui, all'esterno del Polo laboratoriale didattico biologico-chimico, ci sono i genitori dei ragazzi uccisi dalle macerie. E sono loro che accompagnano la piantumazione degli alberelli. Uno dopo l'altro: gettano a terra, con una pala e a pugni pieni, sulle radici che affondano in una fossa. È un momento di sofferenza, uno dei momenti di lutto di cui la città nelle ultime ore si è rivestita e fasciata. Mostrando lacerazioni che non osano rimarginare. Due anni dopo? Il rettore dice: «I problemi sono quelli di una ricostruzione lenta, farraginosa, complicata, che trova molte, forse troppe, difficoltà per quanto riguarda l'edilizia universitaria. Stiamo aspettando ancora i fondi del ministero per completare un'opera di restauro che è parziale».
Settanta i milioni di euro promessi dal governo. «Abbiamo sedi completamente inagibili come Roio, come Coppito per quanto riguarda la ricerca, e, per tirare avanti e assicurare un minimo di strutture, stiamo pagando canoni di affitto altissimi. Questo è un dispendio di cui lo Stato dovrebbe farsi carico». Mancano le case per i fuori sede. «Mense e alloggi sono di competenza regionale - osserva - Abbiamo ripetutamente sollecitato l'Adsu (Azienda per il diritto universitario), senza risultato. Abbiamo la caserma Campomizzi che ospita in parte i giovani e abbiamo impegni e aspettative. Null'altro».
Non c'è traccia della nuova Casa dello studente. Il progetto, promesso dal ministro Gelmini subito dopo la catastrofe, ossia nel 2009, non è stato avviato. Non esiste traccia. «Avrebbe dovuto costare 16 milioni di euro, ma la costruzione non è mai iniziata. C'è, da questo punto di vista, una grave disattenzione».
Comunque l'Università de L'Aquila è sopravvissuta al sisma. La didattica è ripartita. «Abbiamo faticato - aggiunge Di Orio - per non far morire questa realtà. Ora abbiamo 24 mila iscritti, lo scorso anno erano 23 mila, prima della tragedia 27 mila». Numeri che possono trarre in inganno considerando l'esenzione dalle tasse concessa a tutti gli studenti per tre anni, frutto di un accordo con il ministero. L'università, un tempo, era il cuore de L'Aquila, anche economico. C'era, una volta, la città animata dagli studenti. Accesa e riempita d'energia dagli studenti. «Ci sono ora 7.500 pendolari eroi... - prosegue Di Orio - Ma non so quanto potranno resistere. Affrontano da due a tre ore di viaggio, quotidianamente, per arrivare a lezione perché non riescono a trovare una sistemazione». Centinaia di loro sono stati anche ingannati e buggerati. Hanno avuto promesse di un dimora. Hanno anche pagato e poi, magari, sono rimasti truffati: senza un tetto e senza soldi. «Arrivano dalla costa, da Teramo, da Frosinone, da Rieti, con sacrifici inimmaginabili». Per i ragazzi neppure luoghi di aggregazione e punti di ritrovo. «E così, tutto drammatico e stridente».
È il bianco dei mandorli che apre la strada per L'Aquila, in questo scorcio dell'anno. Fiori che stridono con la città sconquassata e che adesso, nel polo universitario di Coppito, ricorderanno i 55 studenti morti a causa del terremoto. «Così - dice il rettore, Ferdinando Di Orio - il tempo che passa non farà dimenticare, ma sarà linfa verde. Che speriamo porti al risveglio del territorio. Gli avvenimenti ci hanno scavalcato. È la maniera che abbiamo, con i nostri limitati mezzi, di tenere accesa l'attenzione sul dramma del 6 aprile». Con lui, all'esterno del Polo laboratoriale didattico biologico-chimico, ci sono i genitori dei ragazzi uccisi dalle macerie. E sono loro che accompagnano la piantumazione degli alberelli. Uno dopo l'altro: gettano a terra, con una pala e a pugni pieni, sulle radici che affondano in una fossa. È un momento di sofferenza, uno dei momenti di lutto di cui la città nelle ultime ore si è rivestita e fasciata. Mostrando lacerazioni che non osano rimarginare. Due anni dopo? Il rettore dice: «I problemi sono quelli di una ricostruzione lenta, farraginosa, complicata, che trova molte, forse troppe, difficoltà per quanto riguarda l'edilizia universitaria. Stiamo aspettando ancora i fondi del ministero per completare un'opera di restauro che è parziale».
Settanta i milioni di euro promessi dal governo. «Abbiamo sedi completamente inagibili come Roio, come Coppito per quanto riguarda la ricerca, e, per tirare avanti e assicurare un minimo di strutture, stiamo pagando canoni di affitto altissimi. Questo è un dispendio di cui lo Stato dovrebbe farsi carico». Mancano le case per i fuori sede. «Mense e alloggi sono di competenza regionale - osserva - Abbiamo ripetutamente sollecitato l'Adsu (Azienda per il diritto universitario), senza risultato. Abbiamo la caserma Campomizzi che ospita in parte i giovani e abbiamo impegni e aspettative. Null'altro».
Non c'è traccia della nuova Casa dello studente. Il progetto, promesso dal ministro Gelmini subito dopo la catastrofe, ossia nel 2009, non è stato avviato. Non esiste traccia. «Avrebbe dovuto costare 16 milioni di euro, ma la costruzione non è mai iniziata. C'è, da questo punto di vista, una grave disattenzione».
Comunque l'Università de L'Aquila è sopravvissuta al sisma. La didattica è ripartita. «Abbiamo faticato - aggiunge Di Orio - per non far morire questa realtà. Ora abbiamo 24 mila iscritti, lo scorso anno erano 23 mila, prima della tragedia 27 mila». Numeri che possono trarre in inganno considerando l'esenzione dalle tasse concessa a tutti gli studenti per tre anni, frutto di un accordo con il ministero. L'università, un tempo, era il cuore de L'Aquila, anche economico. C'era, una volta, la città animata dagli studenti. Accesa e riempita d'energia dagli studenti. «Ci sono ora 7.500 pendolari eroi... - prosegue Di Orio - Ma non so quanto potranno resistere. Affrontano da due a tre ore di viaggio, quotidianamente, per arrivare a lezione perché non riescono a trovare una sistemazione». Centinaia di loro sono stati anche ingannati e buggerati. Hanno avuto promesse di un dimora. Hanno anche pagato e poi, magari, sono rimasti truffati: senza un tetto e senza soldi. «Arrivano dalla costa, da Teramo, da Frosinone, da Rieti, con sacrifici inimmaginabili». Per i ragazzi neppure luoghi di aggregazione e punti di ritrovo. «E così, tutto drammatico e stridente».
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