sabato 16 febbraio 2013
Il cemento e la foresta: le radici svendute di un'antica città d'arte
di Luca Cococcetta, regista, videomaker
2 aprie 2011
2 aprie 2011
Sto terminando il montaggio del reportage «Radici, L'Aquila di cemento», un film sul concetto di identità, sull'importanza della storia, delle tradizioni, su cosa è accaduto nel post terremoto aquilano. Le ultime immagini del centro storico della città le ho girate due settimane fa, entrando nella zona rossa. Ciò che resta dell'Aquila, quella che fu, è una selva oscura e silenziosa. Camminando per i vicoli abbandonati si sente solo il cantare di qualche uccello, la primavera che sboccia in una foresta silente. Sono due anni, due anni di propaganda, promesse, burocrazia, speranze e tanta voglia di restare. Alcuni cittadini lottano, sanno che i beni culturali, la storia, le tradizioni sono l'unico modo di ricostruire, guardare al futuro. Molti hanno perso la speranza, in se stessi in primis, nella loro capacità di contare qualcosa nelle scelte comuni, le uniche possibili per ridisegnare un futuro condiviso; hanno perso la speranza nella politica, quella che dovrebbe rappresentare le istanze di tutti, non quelle delle lobby, degli speculatori. Alcuni cittadini sono "le lobby".
I cantieri sono fermi, mezzi al lavoro se ne vedono pochi o niente, è chiaro che oltre lo scoglio politico, quello che trascura l'importanza di tramandare un patrimonio sociale, culturale e storico, mancano le risorse economiche per andare avanti. Perché L'Italia dovrebbe preoccuparsi dell'Aquila? Il "sistema paese" che si è mobilitato subito dopo il sisma ha spinto sull'acceleratore: 19 new town, nuovo cemento. Nonluoghi nei quali si aspetta e si aspetta per anni, non più la città-territorio, ma una periferia "da metropoli" per appena 60.000 abitanti. «Ormai ci sono, cosa vi lamentate a fare?». Per ricostruire il preesistente manca forse una spinta economica interna, una vocazione territoriale chiara. In una recente intervista per il reportage, lo storico Alessandro Clementi sottolinea come ai tempi della fondazione del 1254 la città avesse un forte senso commerciale, centro di incontro dei 99 castelli che fondarono la città. Mi chiede retoricamente quale senso abbia L'Aquila in questi anni, quale sia il senso di recuperare un patrimonio artistico in questa Italia. Non ho risposta. La disoccupazione infatti qui avanza, il lavoro è sempre più un miraggio per molti. Allo stesso modo lo storico Raffaele Colapietra, a telecamera spenta, mi domanda basito come mai si corra per costruire diversi nuovi centri commerciali mentre nessuno si preoccupa della biblioteca provinciale, quella nella quale lui ha studiato per tutta la vita. Conclude che L'Aquila è morta perché i cittadini hanno scambiato le proprie radici per un qualcosa di nuovo, un palliativo illusorio e breve.
Ricostruire costa fatica. Non so cosa rispondere, guardo le finestre puntellate della biblioteca nella quale ho studiato per diversi anni anch'io e me ne torno fuori nella confusione della periferia che cresce casuale, senza un piano, senza un'idea.
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