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Le crisi senza Unione
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Perché noi no?
di Marco Sebastiani, disoccupato
5 aprile 2011
 
Me ne vado dall'Aquila il 5 aprile, il 6 mattina dovevo sostenere l'esame di diritto pubblico all'università. Lascio una città ballerina ma sostanzialmente fiduciosa. Quella sera in una piazzetta del centro un locale aveva organizzato un “terremoto party”, per riderci sopra, per scongiurare una paura di tutti che andava avanti da mesi. Il 31 marzo appena passato c'era stata una scossa più forte delle altre, ma ci dicevano che era meglio così, che più scosse faceva meno probabilità c'erano di un terremoto forte. Voci di popolo confermate dalla commissione grandi rischi, che proprio il 31 marzo si era radunata a L'Aquila per decidere che non ci sarebbero stati terremoti forti. Terra disobbediente quella abruzzese. Lascio la città con gli amici sereni e una madre preoccupata, sarebbe stata quella l'ultima volta che avrei parcheggiato a piazza Palazzo. Quella notte a Perugia alle 3e32 ero ancora sveglio, a fare ordine mentale sdraiato sul letto tra corte costituzionale, magistratura, costituente e cariche dello Stato. All'improvviso un colpo forte e i vetri del mio appartamento che tremano per un secondo. “qualcuno è tornato ubriaco ed ha sbattuto forte il portone” penso, sperando che non fosse uno dei miei coinquilini, non è bello un casinaro ubriaco dentro casa a poche ore da un esame.
Poi tutto veloce, telefonate, pianti, tv, esame (un 18 di quelli che non si rifiuta, l'unico della mia carriera universitaria, esame sostenuto tra una telefonata e l'altra con il benestare del professore), spesa e si riparte verso casa, non sapevo neanche se ce l'avevo ancora una casa. Chiedo ad un mio amico di Rieti di darmi un passaggio almeno fino là, lui mi dice di no. Mi sentiva parlare di terremoti da mesi, pensava fosse solo mia madre eccessivamente preoccupata. Dopo mezz'ora suona al campanello di casa mia, entra, mi abbraccia, mi chiede scusa e si mette a piangere, mi dice che non aveva capito la gravità della cosa, mi dice che possiamo partire quando voglio, suo padre mi fa trovare pronte delle medicine di cui mia nonna ha bisogno nel bar di un paesino sulla strada verso casa.
Da adesso in poi impossibile dimenticare. Impossibile dimenticare la vista di case sventrate che solo il giorno prima erano vissute, impossibile dimenticare gli occhi di chi da casa era uscito indenne e di chi si era strappato alla morte scavando tra le macerie, impossibile dimenticare il prato davanti casa mia pieno di macchine e di famiglie che si facevano coraggio l'uno con l'altro, una comunità che non si parlava da anni di nuovo unita per scongiurare il mostro, per superare l'attimo in cui tutti si sono sentiti impotenti.
Poi i mesi correranno veloci, anche se ogni giorno qui ormai dura 48 ore. Nessuno di noi deve andare via, ce lo diciamo subito, siamo quelli che devono ricostruirla questa città. Ricordo il giorno in cui tra amici ci dicemmo che dovevamo farlo non solo per noi e per i nostri figli, ma anche per chi c'era stato prima di noi, per dimostrare di essere in grado di portare un fardello così grande.
Il 5 aprile 2011 quel gruppo di amici è ancora unito e vuole onorare quella promessa. Ci si raduna a cena e tutti cominciamo a parlare. A due anni di distanza la rabbia è tanta, la frustrazione immensa, il lavoro un qualcosa di estinto. “Perchè non siamo stati in grado di metterci là con le nostre braccia a rifare le cose, perchè ci siamo fatti mettere da parte, perchè non credo più possibile un giorno in cui si leggerà su una pietra 'Guardate che bella città, questo lo abbiamo fatto noi!Perchè noi no?'” dice uno; “a che serve presenziare a tutto quello che succede se poi ti rendi conto che le cose non cambiano e che non riesci ad incidere sugli eventi in nessun modo?” dice un altro. Un altro ancora dice si sentirsi spiazzato dal non sapere con chi prendersela (magia della burocrazia), altri vogliono andare a fare un giro in zona rossa, una birra tra macerie, vuoto, buio e silenzio, la trasgressione più grande di questo squarcio d'Italia.
Tutti sentono addosso la stanchezza di vivere nel cratere dove, come dicevo prima, il tempo passa veloce ma ogni minuto dura il doppio. Tutti saranno lì il 6 aprile 2011 a ricordare quello che è impossibile dimenticare, ad inghiottire per la seconda volta il boccone più amaro, con addosso quella rabbia positiva che diventa energia e che ti fa pensare che sia passato un secolo, quando invece sono solo due anni. Non avremo una città ricostruita questo 6 aprile, anzi chi non la vive ogni giorno la troverà ancora peggio di come era due anni fa. Troverà però in quelli rimasti la stessa voglia di costruire una città che non siano solo case, la stessa voglia di restare nonostante le bestemmie quotidiane perchè andare via ormai è impossibile e scommetto che tra qualche anno, da qualche parte di questa maledetta città, troverete una pietra che recita più o meno così:” Guardate che bella città, questo lo abbiamo fatto noi!”

L'AQUILA
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