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6 aprile: L'Aquila non è un reality show
di Sara Vegni,
3 aprile 2011
 
Si avvicinano i giorni della commemorazione del 6 aprile. Sono passati due anni da quella maledetta notte. Come api sul miele in questi giorni i giornalisti si interessano nuovamente di noi. Anche in un momento in cui il nostro paese è in guerra, in cui non si riesce a trovare una soluzione efficace ed efficiente per l'accoglienza dei migranti che sbarcano sulle nostre coste, con il governo nel cuore di vari cicloni giudiziari. Si potrebbe pensare che c'è altro di cui parlare in questo momento. Eppure saranno tutti qui a L'Aquila tra pochi giorni. Molti giornalisti stanno ricevendo un'accoglienza fredda dagli aquilani in questi giorni. Molti stanno rifiutando comparsate in programmi televisivi in prima serata. Ho voglia di spiegargli perché. Quest'anno, come l'anno passato, il 6 di aprile rappresenta per tutti noi un momento di intenso dolore. Quella notte sono venuti a mancare 309 persone. Erano parenti, amici e conoscenti di ognuno di noi. Quello è il giorno del ricordo e del dolore. Gli stessi comitati dei famigliari delle vittime, uniti per la prima volta, hanno lanciato un segnale chiarissimo chiedendo ai politici di ogni ordine e grado, con la sola eccezione del Presidente della Repubblica, di rimanere nelle loro case quel giorno.
Alla fiaccolata che partirà alle ore 23.00 del 5 aprile per concludersi alle 3.32 del 6 aprile sono graditi solo i gonfaloni dei comuni colpiti. Anche i sindaci sono stati pregati di lasciare a casa le fasce tricolori e di sfilare tra la gente come cittadini colpiti anch'essi dalla tragedia. L'Aquila e il suo dramma sono già stati eccessivamente usati da tutti. Le parole di un operatore del Tg2 ripresi da un docu-film sul terremoto sono state le più sincere: “questo è il più grande reality
show mai realizzato”. Lo sappiamo benissimo. Abbiamo vissuto e sofferto sulla nostra pelle una distanza incolmabile tra quello che vivevamo e come questo veniva rappresentato.
Ma sopratutto abbiamo vissuto l'abbandono. E da subito non, come si dice spesso, da quando i riflettori si sono spenti. Una telecamera che rimane accesa non significa nulla. Non abbiamo avuto le risposte che chiedevamo. Non abbiamo ricevuto niente che possa permettere anche solo di immaginare un futuro per chi in questo territorio vuole rimanere.
E la compassione, le esternalizzazioni di pietà servono a poco, pochissimo. Gli aquilani da subito hanno chiesto regole certe e diritti. Sentendosi spesso insultare e denigrare per il semplice dirlo. L'ultima stagione di mobilitazioni nel cratere chiedeva misure per la ricostruzione economica e occupazionale del territorio. Perché in pochi hanno un tetto sulla testa ma anche se fossero state trovate soluzioni abitative temporanee per tutti questo non basterebbe. Cosa ci fai con una casa se non hai un lavoro, un reddito, servizi, luoghi aggregativi,
una comunità? Ben poco. E andare via è una falsa soluzione. Solo chi ha qualche tipo di patrimonio personale o case in altri luoghi può permettersi il lusso di fuggire. Gli altri restano, e fanno anche finta che posso farcela perché L'Aquila è una piccola città borghese di provincia e la povertà è una vergogna.
Non siamo lavoratori di una fabbrica che sta chiudendo per delocalizzazione. Siamo un intero territorio con tutta la sua vita, le attività produttive ed economiche che non può scegliere da un momento all'altro di andare da qualche altra parte.
La risposta del Governo si è risolta in un nulla di fatto. L'unico accenno all'emergenza che stiamo vivendo all'interno del decreto mille proroghe è stata la proroga della cassaintegrazione per i dipendenti della Finmeccanica. In una provincia in cui le ore di cassa integrazione sono aumentate del 750% dal 2008. La restituzione delle tasse non pagate nell'anno 2009 inizierà a novembre. Ma anche questa è semplicemente una bugia. Le famiglie stanno già restituendo tutto. Le bollette di gas, acqua e luce ad esempio che stanno arrivando in questi giorni alle famiglie aquilane sono stangate atroci. Si arriva a dover restituire in otto rate fino a 3000 euro a bolletta. La sospensione infatti vale solo per le trattenute irpef. Leggo in questi giorni che a L'Aquila sta vincendo la rassegnazione. E mi chiedo come potrebbe essere altrimenti.
Ci abbiamo provato a lottare per sopravvivere. Abbiamo inventato decine di mobilitazioni, ci abbiamo preso le botte a Roma nel luglio 2010, in ventimila abbiamo occupato l'autostrada e sbarrato la città. Ma non è servita a nulla. E oggi ognuno di noi è semplicemente solo. Le bollette si devono pagare, devo trovare un modo per ricostruire la mia casa, devo trovare un modo per sopravvivere. Ormai mobilitarsi non serve più. Abbiamo perso. Questi sono oggi i pensieri degli aquilani. Non più pezzi di un dramma collettivo ma problemi personali a cui ognuno, individualmente deve tentare di rispondere.
È aumentato a dismisura l'uso e l'abuso di psicofarmaci e alcol. E tutti a chiedersi perché.
Signori, amici e giornalisti, venite a L'Aquila il 6 di aprile. Sfilate accanto a noi durante la fiaccolata, rispettando tutti la volontà dei parenti delle vittime, chiedendo giustizia e verità per le tante morti che si potevano evitare applicando prevenzione.
Ma io spero di risentirvi tutti dal 7 in poi. Perché se non troviamo una soluzione insieme come comunità nazionale per quello che stiamo vivendo saremo tutti complici dell'omicidio di un intera comunità. Che poi significa decine di migliaia di vite.
Perché nulla è stato risolto.

L'AQUILA
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