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L'invidia del terremotato
di Silvia Consales, precaria
29 marzo 2011
 
Stamattina mi sono imbattuta in una notizia online che smascherava una puntata di Forum in cui due falsi aquilani, sotto la facciata del contenzioso legale per il quale partecipavano al programma, trasmettevano a chiare ed inequivocabili parole il messaggio che a L'Aquila è tutto ricostruito e che quei “due-trecento” che vivono ancora negli alberghi sulla costa lo fanno esclusivamente per comodità e convenienza economica. Non è il solito discorso della falsa informazione e del teatrino mediatico che è stato montato attorno alla nostra città, di cui chi ha voluto rendersi conto ha già avuto abbondantemente modo e chi invece continua a crederci dovrebbe fare la sana scelta di spegnere quel fottuto televisore. Piuttosto è stato per me uno spunto per riflettere sul comportamento e i commenti di tutti coloro che non vivono in prima persona la nostra situazione. Ciò che spesso viene fuori è quella che definirei “l'invidia del terremotato”, come se essere aquilano fosse l'occasione per vivere in una condizione di privilegiato: privilegi dello Stato, privilegi dovuti alla solidarietà altrui, privilegi per il proprio futuro grazie alle molteplici occasioni di lavoro e di sviluppo economico derivanti dalla ricostruzione. Insomma, una vera e propria invidia di massa che sfocia nella critica cieca di chi ci definisce degli “ingrati”, “immeritevoli”, “sciacalli” delle risorse economiche pubbliche, o forse peggio nei discorsi di chi, alla ricerca di commiserazione altrui e di un “oh, poverino!”, si definisce aquilano per una dubbia parentela di terzo grado o per averci vissuto una settimana in vacanza. Perché sarà scomodo ammetterlo, ma quel fascino perverso e morboso che suscitano le notizie tragiche, specialmente le grandi tragedie, stimola un inconscio desiderio di sentirsi parte di qualcosa di grande, di un lutto collettivo da condividere con i propri simili, meritevoli della considerazione e della solidarietà degli altri ma non solo: come se essere vittima di un evento catastrofico ti rendesse speciale, uno status symbol da esibire, qualcosa che ti faccia diventare improvvisamente importante. Così da una parte abbiamo quello che “dopo tutto quello che hanno avuto, case nuove e vita nuova, hanno ancora il coraggio di lamentarsi, mentre a me nessuno da niente” e quello che invece sale sul bus dell'agenzia di viaggi per scattare fotografie durante il “macerie tour” come in un macabro safari, per poi poter dire agli altri “io c'ero”. Ebbene, a tutti questi signori vorrei spiegare una cosa: abbiamo avuto meno di quanto avevamo diritto; abbiamo un territorio devastato prima dalla forza del sisma e poi dalle speculazioni economiche; abbiamo ancora una grossa parte di popolazione (ben più di due-trecento) costretta a vivere lontana dalla propria città in alberghi e pensioni di gestori esasperati e stanchi di dover provvedere di tasca loro, in attesa di un rimborso dalla protezione civile che chissà se arriverà mai, perché le famose C.A.S.E. non sono abbastanza; abbiamo un tasso di disoccupazione altissimo a causa di tutte le attività che non hanno riaperto o riaprono ad organico ridotto, e un tasso di nuova occupazione ancor più inferiore. Davvero pensate che possiamo andare tutti a fare i muratori e gli operai per la ricostruzione? Supponendo per assurdo che tutti possano avere l'abilità di svolgere determinati lavori, alle aziende conviene comunque assumere manodopera immigrata che costa molto meno e per disperazione accetta di dormire nelle case terremotate, in condizioni più che precarie e di costante pericolo. Casi comunque estremamente rari, visto che solo alcuni più fortunati possessori di case classificate “A” e “B” , ovvero con pochi danni, hanno potuto far partire i lavori di riparazione, spesso pagando di tasca propria in attesa del rimborso dello Stato. E il centro storico? E le case “E” (con gravi danni strutturali)? Quelle sono ancora vuote, moribonde, in condizioni peggiori di quelle in cui le ha lasciate il terremoto a causa delle intemperie e dell'abbandono.
A tutti questi signori che commentano e giudicano senza sapere, a tutti i giornalisti e lavoratori dello spettacolo che si piegano a novanta davanti al volere del supremo, ai produttori di Forum, di Porta a Porta e di programmi televisivi falsi e costruiti, fino a poco tempo fa avrei detto: “venite a vedere di persona la ricostruzione fantasma della nostra città!”. Adesso l'invito che mi sento di far loro è un altro: “cari fratelli d'Italia, andate a quel Paese”.
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  • The forum is a bgrihetr place thanks to your posts. Thanks! 25-11-2011 12:38 - Infinity
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