mercoledì 23 maggio 2012
2 anni: il mondo cambia ma l'Italia e L'Aquila sono immobili
di Stefano Torelli, giornalista indipendente
6 aprile 2011
Due anni, solo due anni, hanno cambiato e stravolto il mondo. Solo in questi ultimi mesi abbiamo assistito alle rivolte di una parte di mondo che sembrava destinata a soccombere per sempre sotto il giogo di regimi autoritari e invece sembra si stia rialzando; abbiamo visto un Paese grande e forte come il Giappone messo in ginocchio da un evento troppo più grande di lui, con la paura di una nuova catastrofe nucleare; stiamo assistendo a un nuovo conflitto armato sulle sponde Sud del Mare Nostrum, proprio il giorno dopo che si era giurato "mai più guerre"; i governi di mezzo mondo cambiano; le crisi economiche e le guerre endemiche al continente africano continuano a modellare un mondo, in prospettiva, diverso…
Il pianeta, in due anni, cambia. Il motto dell’Aquila, di contro, è Immota manet. Mai frase fu più adatta, ahimè, a descrivere la condizione di una città. Che sarebbe dovuta restare *immota* non nel senso in cui lo è oggi. Ma che, per un curioso destino assegnatole, lo è rimasta nella maniera peggiore possibile, quella letterale e non figurata. Immobile, ferma a come era due anni fa. Almeno da due anni a questa parte, appunto, perché per 30 secondi, alle 3 e 32 di due anni fa, L’Aquila al contrario è stata quantomai scettecata, come si dice in dialetto aquilano, vale a dire mossa, agitata, stravolta, shakerata.
Due anni e il mondo cambia, dunque. Due anni e l’Italia è lì, ferma. Tutto è uguale a prima, a quanto pare. Il Parlamento è quantomai impegnato a discutere materie di dubbia rilevanza, quali il cancellamento del reato di apologia di fascismo; discutere se un parlamentare che dà dei conigli a due ministri sia moralmente accettabile; scandalizzarsi per un vaffanculo di un altro ministro al Presidente della Camera e, successivamente, scandalizzarsi perché non gli è stata data una sanzione adeguata; tutti impegnati nella solita caciara di urla e insulti reciproci, con gestacci, risatine, provocazioni e ululati, assolutamente bipartisan, per par condicio. Si discute di cose inutili e funzionali al perpetuarsi di una paradossale condizione tutta italiana, per cui più ci si accanisce tra di noi per questioni del tutto irrilevanti, ma che servono a mantenere alti i toni della bagarre, più il sistema si autoriproduce. E un Presidente del Consiglio che continua tranquillamente a raccontare barzellette (di dubbia qualità peraltro) in ogni occasione e ad ogni platea (sempre e comunque plaudente) e che ha qualche processo a carico, di cui uno che inizia proprio oggi, e incarica il Parlamento di trovare gli escamotage necessari ad evitare il loro svolgimento. Non è cambiato nulla, ma proprio nulla, triste dirlo.
"Come può non rimanere immota L’Aquila se lo spettacolo al di sopra è questo?" E infatti: le case sono distrutte, il centro storico è recintato e abbandonato, chi volesse entrare dentro casa propria, o quel che ne è rimasto, in centro storico, deve avere un’autorizzazione, pena multa fino a 800 euro, le persone sono sempre più sole, sconfortate e ormai depresse. A parte quelle poche che hanno trovato la forza di reagire e hanno avuto il coraggio di ricominciare da qualcos’altro, anche di semplice (una passione, un hobby, lo spirito di solidarietà umano che può tradursi in amore reciproco…), ma che potesse distrarre da ciò che li circonda quotidianamente. Cioè l’abbandono, il degrado e la desolazione. L’Aquila in due anni non è cambiata, purtroppo. Non sono cambiati gli aquilani e non sono cambiate le dinamiche politiche della città, così simili a quelle nazionali da lasciare sconcertati, alla luce della tragedia accaduta. Che, quindi, ha scettecato tutto, ma non le coscienze e lo spirito delle persone che dovrebbero governarla. Per un attimo vi era stato un sussulto, seppur tardivo, una speranza di cambiamento (senza entrare nel merito se sarebbe stato meglio o peggio, ma comunque un cambiamento), con le dimissioni del cosiddetto sindaco Cialente. Ma poi tutto è rientrato, come accade spesso in quel mondo spesso troppo ambiguo e illogico da poter essere analizzato, che è la politica, la politichetta. Quella dei Cialente & C.
L’Aquila è sempre e ancora ferma perché la politichetta non ha saputo lasciare spazio a, o trasformarsi in, Politica. E’ ancora ferma perché c’è chi dice, anche aquilani stessi, che non è vero che è ferma e che tutto è ripartito. E’ ancora ferma perché d’altro canto molti dicono e denunciano che la situazione è immobile, ma i fatti concreti che ne dovrebbero conseguire stentano a vedersi. E’ ancora ferma perché qualcuno ha voluto così. Perché trasmissioni televisive (non volevo parlarne anch’io, ma porca miseria mi è scappato) organizzano teatrini appositi con comparse pagate per far credere al resto del Paese che tutto è ripartito. E i conduttori e ideatori di quelle trasmissioni vanno in giro dicendo che sono vittime loro stesse di qualche complotto. L’Aquila è ferma perché questa è l’Italia. A due anni dal terremoto, L’Aquila non è riuscita a diventare altro dall’Italia. Non ha saputo trascinare l’Italia, ma al contrario ne è stata risucchiata. L’Aquila è ferma perché se domani un gruppi di cittadini coscienziosi, giovani, donne e professionisti della società civile, chiedesse alla cittadinanza di poter prendere in mano le chiavi della ricostruzione e mettere in pratica idee innovative e sostenibili, tutto ciò sarebbe accolto come il tentativo dei soliti facinorosi di accalappiarsi le poltrone. La mentalità pre-terremoto, almeno in fatto di Politica (intesa sempre come interessamento comune al bene pubblico e non come parte politica), non è riuscita, nella testa degli aquilani, a diventare una mentalità post-terremoto. Dunque, come già detto altre volte, la constatazione è che L’Aquila è ferma perché è rimasta uguale all’Italia. Che è immobile nella sua frenesia.
Tanto vale, allora, concentrarsi sui 150 anni dell’unità nazionale, piuttosto che sui due anni della disgregazione aquilana, materiale e morale? Non penso, direi che per oggi tanto vale fare 309 pensieri ad altrettante persone che, vittime anche dell’immobilismo che ci caratterizza, non ci sono più. E se 309 pensieri si facessero anche nella direzione di una presa di coscienza della condizione in cui versa il nostro Paese e la nostra amata e bistrattata città, forse sarebbe meglio.
Per Beba e le altre 308 vittime innocenti del maledetto e indelebile 6 aprile 2009.
6 aprile 2011
Due anni, solo due anni, hanno cambiato e stravolto il mondo. Solo in questi ultimi mesi abbiamo assistito alle rivolte di una parte di mondo che sembrava destinata a soccombere per sempre sotto il giogo di regimi autoritari e invece sembra si stia rialzando; abbiamo visto un Paese grande e forte come il Giappone messo in ginocchio da un evento troppo più grande di lui, con la paura di una nuova catastrofe nucleare; stiamo assistendo a un nuovo conflitto armato sulle sponde Sud del Mare Nostrum, proprio il giorno dopo che si era giurato "mai più guerre"; i governi di mezzo mondo cambiano; le crisi economiche e le guerre endemiche al continente africano continuano a modellare un mondo, in prospettiva, diverso…
Il pianeta, in due anni, cambia. Il motto dell’Aquila, di contro, è Immota manet. Mai frase fu più adatta, ahimè, a descrivere la condizione di una città. Che sarebbe dovuta restare *immota* non nel senso in cui lo è oggi. Ma che, per un curioso destino assegnatole, lo è rimasta nella maniera peggiore possibile, quella letterale e non figurata. Immobile, ferma a come era due anni fa. Almeno da due anni a questa parte, appunto, perché per 30 secondi, alle 3 e 32 di due anni fa, L’Aquila al contrario è stata quantomai scettecata, come si dice in dialetto aquilano, vale a dire mossa, agitata, stravolta, shakerata.
Due anni e il mondo cambia, dunque. Due anni e l’Italia è lì, ferma. Tutto è uguale a prima, a quanto pare. Il Parlamento è quantomai impegnato a discutere materie di dubbia rilevanza, quali il cancellamento del reato di apologia di fascismo; discutere se un parlamentare che dà dei conigli a due ministri sia moralmente accettabile; scandalizzarsi per un vaffanculo di un altro ministro al Presidente della Camera e, successivamente, scandalizzarsi perché non gli è stata data una sanzione adeguata; tutti impegnati nella solita caciara di urla e insulti reciproci, con gestacci, risatine, provocazioni e ululati, assolutamente bipartisan, per par condicio. Si discute di cose inutili e funzionali al perpetuarsi di una paradossale condizione tutta italiana, per cui più ci si accanisce tra di noi per questioni del tutto irrilevanti, ma che servono a mantenere alti i toni della bagarre, più il sistema si autoriproduce. E un Presidente del Consiglio che continua tranquillamente a raccontare barzellette (di dubbia qualità peraltro) in ogni occasione e ad ogni platea (sempre e comunque plaudente) e che ha qualche processo a carico, di cui uno che inizia proprio oggi, e incarica il Parlamento di trovare gli escamotage necessari ad evitare il loro svolgimento. Non è cambiato nulla, ma proprio nulla, triste dirlo.
"Come può non rimanere immota L’Aquila se lo spettacolo al di sopra è questo?" E infatti: le case sono distrutte, il centro storico è recintato e abbandonato, chi volesse entrare dentro casa propria, o quel che ne è rimasto, in centro storico, deve avere un’autorizzazione, pena multa fino a 800 euro, le persone sono sempre più sole, sconfortate e ormai depresse. A parte quelle poche che hanno trovato la forza di reagire e hanno avuto il coraggio di ricominciare da qualcos’altro, anche di semplice (una passione, un hobby, lo spirito di solidarietà umano che può tradursi in amore reciproco…), ma che potesse distrarre da ciò che li circonda quotidianamente. Cioè l’abbandono, il degrado e la desolazione. L’Aquila in due anni non è cambiata, purtroppo. Non sono cambiati gli aquilani e non sono cambiate le dinamiche politiche della città, così simili a quelle nazionali da lasciare sconcertati, alla luce della tragedia accaduta. Che, quindi, ha scettecato tutto, ma non le coscienze e lo spirito delle persone che dovrebbero governarla. Per un attimo vi era stato un sussulto, seppur tardivo, una speranza di cambiamento (senza entrare nel merito se sarebbe stato meglio o peggio, ma comunque un cambiamento), con le dimissioni del cosiddetto sindaco Cialente. Ma poi tutto è rientrato, come accade spesso in quel mondo spesso troppo ambiguo e illogico da poter essere analizzato, che è la politica, la politichetta. Quella dei Cialente & C.
L’Aquila è sempre e ancora ferma perché la politichetta non ha saputo lasciare spazio a, o trasformarsi in, Politica. E’ ancora ferma perché c’è chi dice, anche aquilani stessi, che non è vero che è ferma e che tutto è ripartito. E’ ancora ferma perché d’altro canto molti dicono e denunciano che la situazione è immobile, ma i fatti concreti che ne dovrebbero conseguire stentano a vedersi. E’ ancora ferma perché qualcuno ha voluto così. Perché trasmissioni televisive (non volevo parlarne anch’io, ma porca miseria mi è scappato) organizzano teatrini appositi con comparse pagate per far credere al resto del Paese che tutto è ripartito. E i conduttori e ideatori di quelle trasmissioni vanno in giro dicendo che sono vittime loro stesse di qualche complotto. L’Aquila è ferma perché questa è l’Italia. A due anni dal terremoto, L’Aquila non è riuscita a diventare altro dall’Italia. Non ha saputo trascinare l’Italia, ma al contrario ne è stata risucchiata. L’Aquila è ferma perché se domani un gruppi di cittadini coscienziosi, giovani, donne e professionisti della società civile, chiedesse alla cittadinanza di poter prendere in mano le chiavi della ricostruzione e mettere in pratica idee innovative e sostenibili, tutto ciò sarebbe accolto come il tentativo dei soliti facinorosi di accalappiarsi le poltrone. La mentalità pre-terremoto, almeno in fatto di Politica (intesa sempre come interessamento comune al bene pubblico e non come parte politica), non è riuscita, nella testa degli aquilani, a diventare una mentalità post-terremoto. Dunque, come già detto altre volte, la constatazione è che L’Aquila è ferma perché è rimasta uguale all’Italia. Che è immobile nella sua frenesia.
Tanto vale, allora, concentrarsi sui 150 anni dell’unità nazionale, piuttosto che sui due anni della disgregazione aquilana, materiale e morale? Non penso, direi che per oggi tanto vale fare 309 pensieri ad altrettante persone che, vittime anche dell’immobilismo che ci caratterizza, non ci sono più. E se 309 pensieri si facessero anche nella direzione di una presa di coscienza della condizione in cui versa il nostro Paese e la nostra amata e bistrattata città, forse sarebbe meglio.
Per Beba e le altre 308 vittime innocenti del maledetto e indelebile 6 aprile 2009.
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