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TERRA TERRA
03.02.2012
  • | di Marinella Correggia
    Guerre contro il clima
    Le guerre sono una delle più energivore tra le attività umane, anche se i movimenti «per la giustizia climatica» non hanno ancora fatto questo collegamento. Gli interventi bellici, e l'arsenale militare permanente (armi e basi) che richiedono, provocano un gigantesco consumo di combustibili fossili con relativa emissione di gas serra. E le guerre di aria, terra e acqua impiegano aerei, navi e carrarmati sempre più grandi e voraci di energia.
    Sul Pentagono si sofferma uno studio recente, The US Military Assault on Global Climate, pubblicato da Patricia Hynes su Science for Peace Bulletin. Fra gli attori istituzionali, fa notare, è il maggiore singolo utilizzatore finale di prodotti petroliferi e di energia al mondo. Nel 1940 il settore militare Usa consumava solo l'1% dell'energia totale del paese; alla fine della Seconda guerra mondiale era il 29%. Nel 2003 lo stesso esercito Usa stimava che la guerra all'Iraq costasse circa 148 milioni di litri di carburante ogni tre settimane. Fra il 2003 e il 2007 quella costosa guerra ha provocato l'emissione di almeno 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle emissioni totali di 139 paesi al mondo. Tutto ciò senza contare, in questa disastrosa contabilità climatica di guerra, le distruzioni e successive ricostruzioni: infrastrutture, case, ponti - fare il cemento è altamente energivoro.
    I consumi del Pentagono sono quasi un segreto; secondo alcuni calcoli si aggirerebbero intorno al milione di barili al giorno, contribuendo alle emissioni di gas serra in una misura pari al 5% del totale. L'aereo da guerra F-4 Phantom brucia oltre 5.920 litrii di kerosene all'ora arrivando a 53.280 litri per la velocità supersonica. Un quarto del kerosene da jet consumato nel mondo va a questi dèmoni volanti. Come l'aviazione civile, l'aviazione militare pesa in proporzione di più sul clima perché le emissioni di gas serra per unità di carburante sono quasi il triplo di quelle di diesel e petrolio; è il cosiddetto «effetto radiativo» delle operazioni ad alta quota.
    Eppure il Pentagono è esonerato da qualsiasi tetto alle emissioni, meccanismo di compensazione, tassazione ad hoc, impegno di riduzione, o dal fare rapporto a organismi nazionali e internazionali. E questo, spiega l'articolo citato, perché nel 1997, ai negoziati per il Protocollo di Kyoto (il primo accordo internazionale per limitare le emissioni globali), gli Usa imposero al mondo l'esenzione dai limiti di emissione per i carburanti cosiddetti «bunker» (usati da navi e aerei) e per tutte le emissioni relative alle operazioni militari a livello mondiale. Dopo il danno, la beffa: ben presto Bush figlio stracciò l'adesione del suo paese al Protocollo di Kyoto.
    Poiché per assicurare la disponibilità e l'approvvigionamento in combustibili fossili esteri occorrono attività militari possenti (controllo e intervento), le emissioni di gas serra imputabili a tali operazioni andrebbero incluse nel costo ambientale dei combustibili fossili. Un migliaio di basi militari Usa traccia un arco nero dalle Ande al Nord Africa e dal Medio Oriente fino a Indonesia, Corea del Sud e Filippine, ricalcando la distribuzione delle principali risorse, e rotte, fossili. Si chiama «sicurezza energetica».
    Lo sforzo americano per assicurarsi un accesso permanente al petrolio del Medio Oriente risale al 1945, con la costruzione di una base militare a stelle e strisce a Dahran, Arabia Saudita: comincia lì la protezione militare dei petromonarchi in cambio di petrolio a buon mercato.
    Conclude l'autrice: in queste «soluzioni» militarizzate che trascurano scelte pacifiche alternative c'è anche un fattore culturale - l'identità statunitense, il «destino manifesto», la mentalità della frontiera, l'individualismo...
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