sabato 16 febbraio 2013
TERRA TERRA
21.12.2012
-
| di Giorgia Fletcher
La Somalia va a pesca
La Somalia ha 3.300 chilometri di costa, forse più di ogni altro paese africano, e le agenzie internazionali hanno deciso di spendere parte dei loro aiuti per promuovere l'industria della pesca e l'export di pesce - cosa non ovvia, in un paese di popolazioni agropastorali che hanno sempre vissuto per lo più voltando le spalle al mare. Ne riferisce un dispaccio di Irin news, il notiziario dell'ufficio Onu per gli affari umanitari. Dice che l'Unione europea spenderà 6,5 milioni di dollari nel 2013 per aiutare il Somaliland (l'autoproclamata repubblica indipendente nel nord della Somalia) a riorganizzare il settore peschiero - oggi ridotto a poche carcasse di barche arrugginite intorno alla città portuale di Berbera; la responsabile degli aiuti allo sviluppo dell'Ue in Somalia, Isabel Faria de Almeida, parla di un «potenziale da sviluppare», sia per il consumo interno che per l'export, e spiega che l'obiettivo è arrivare a 120mila tonnellate di pescato all'anno per l'export, che potrebbero arrivare ai mercati di Europa e Medio Oriente generando un reddito di 1,2 miliardi in valuta straniera. L'idea sarebbe sviluppare la pesca anche nel resto del paese, lungo coste oggi più note per lo sviluppo della pirateria.
Fino alla seconda metà del '900 pochi somali consumavano pesce, salvo nei villaggi di pescatori, e la pesca era del tutto artigianale. Le cose hanno cominciato a cambiare negli anni '70, quando sono arrivati i primi impianti frigorifero per immagazzinare il pesce, ed è stata creata la prima flotta di pesca industriale (con l'aiuto sovietico). Ma quei pescherecci sono presto caduti in disuso, per mancanza di manutenzione. E all'inizio degli anni 2000 il mare antistante la Somalia era terreno di razzìa per i grandi pescherecci stranieri: pesca illegale, visto che questi si spingevano ampiamente nelle acque territoriali somale, ma chi poteva far rispettare la legalità? La prima volta che auto-nominati guardacoste hanno bloccato e «multato» un peschereccio straniero, i pescatori somali hanno applaudito. Poi devono aver compreso che estorcere multe alle navi di passaggio era un affare redditizio, certo più che competere con i grandi pescherecci commerciali... Molti, anche tra i responsabili delle agenzie dell'Onu per lo sviluppo, hanno spesso detto che la chiave della «lotta alla pirateria» era creare sviluppo economico e lavoro per i giovani somali, che altrimenti non vedranno di meglio che salire su motoscafi armati di mitragliatori per dare l'arrembaggio alle navi in transito. In effetti l'Ufficio Onu sulle droghe e il crimine (Unodc) spende 40 milioni ogni anno in programmi anti-pirateria (dal perseguire giovani pirati a equipaggiare e addestrare un corpo di guardacoste, a sostenere l'industria locale della pesca).
Secondo le agenzie internazionali - e l'Unione europea - ora è realistico investire nello sviluppo di un'industria locale. Riassume Irin: le forze somale e dell'Unione africana hanno respinto i miliziani al Shabab dalle maggiori città, la Somalia ha di recente eletto un presidente e ha un governo, la situazione di sicurezza è relativamente stabile. E secondo i dati del International Maritime Bureau anche in altomare la situazione migliora: nei primi nove mesi del 2012 sono avvenuti solo 70 assalti a navi commerciali di passaggio, contro 199 nello stesso periodo dell'anno scorso (questo anche perché in quei mari ormai incrociano stabilmente navi da guerra dei paesi Nato, e perché i cargo commerciali viaggiano con scorte armate: di solito private, ma non solo - come dimostra il caso dei marò italiani di guardia a una nave commerciale). Sta di fatto che il governo della Somalia, e le agenzie internazionali, vedono la possibilità di tornare a investire nell'economia del paese. E anche nella pesca, visto che quel mare fa gola alle flotte commerciali straniere.
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