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TERRA TERRA
29.01.1999
  • | di MARINA FORTI
    Il "cibo verde" emigra a Sud
    Se pensate che l'agricoltura "biologica" sia un affare per paesi benestanti, dove contadini ricchi riforniscono consumatori danarosi disposti a pagare di più per avere carote stortignacole coltivate senza pesticidi, vi sbagliate. La domanda di prodotti alimentari coltivati con metodi definiti "biologici" è ormai "tale da fornire nuove opportunità di mercato agli agricoltori e alle imprese a livello mondiale": lo avverte la Fao, organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione, in un rapporto presentato al suo "comitato sull'agricoltura" in corso a Roma. "In circostanza adeguate, i ritorni di mercato derivati dall'agricoltura biologica possono contribuire alla sicurezza alimentare locale aumentando il reddito familiare".

    Per agricoltura "biologica" si intendono coltivazioni da cui è eliminato ogni prodotto chimico di sintesi, fertilizzante o pesticida; usa invece metodi naturali, come la rotazione delle colture o l'uso di tossine naturali in una lotta ai parassiti. Ben gestita, l'agricoltura biologica "riduce o elimina l'inquinamento dell'acqua e contribuisce a mantenere i suoli".

    Ora, sebbene occupi una parte minima di agricoltori, l'agricoltura organica già rappresenta una parte significativa del sistema alimentare in molti paesi sviluppati: il 10 per cento in Austria, il 7,8 per cento in Svizzera, mentre il mercato "organico" in Stati uniti, Francia, Giappone e Singapore sta aumentando a un tasso superiore al 20% annuo.

    Ma la novità più interessante segnalata dal rapporto della Fao riguarda i paesi "in via di sviluppo". In alcuni - come l'Egitto - l'agricoltura biologica fornisce solo un piccolissimo mercato interno, ma in altri "comincia a rappresentare una buona opportunità per l'esportazione: frutti tropicali destinati all'industria alimentare europea, erbe dello Zimbabwue alla Repubblica Sudafricana, tè dalla Cina ai Paesi Bassi e soia al Giappone, cotone da 6 paesi africani all'Unione europea", cita la Fao ad esempio.

    Ma la riconversione dei produttori del Sud al biologico non è facile. Intrapresa la coltivazione biologica devono aspettare due o tre anni prima che ogni residuo chimico sia eliminato dal terreno, poi ricorrere a organismi incaricati di controllare e certificare che i prodotti siano conformi alle norme "biologiche": solo allora potranno esportare. Inoltre, sostiene la Fao, non basta farne una nuova coltura per l'export: bisogna allargare le opportunità di commercializzare quei prodotti dove sono prodotti, come in parte comincia ad avvenire in Cina.

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