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| di MARINA FORTI
Giappone, "transgenico" non piace
Un portavoce dalla Kirin Brewery Co usa un bell'eufemismo: "Ci sembra che al momento attuale non ci sia (in Giappone) una vera domanda per prodotti Gmo", ha dichiarato qualche giorno fa all'agenzia Reuter : dove Gmo sta per "organismi geneticamente modificati". Kirin non è solo la più nota marca di birra giapponese, è anche l'azienda alimentare che ha più investito nel settore delle biotecnologie in agricoltura (produce un pomodoro "modificato"). Ma gli tocca riconoscere che "non c'è domanda": anzi, un'indagine compiuta dal governo di Tokyo nel '97 metteva in chiaro che l'80 per cento dei giapponesi ha "riserve" contro il cibo transgenico, e il 92,5 per cento vuole che gli ingredienti "modificati" siano etichettati perché il consumatore possa riconoscerli.I cibi geneticamente modificati sono guardati con sospetto nel paese del Sol levante. Tre anni fa il ministero della sanità ha approvato l'immissione sul mercato dei primi 22 organismi geneticamente modificati - proprio mentre uno scandalo toglieva al ministero molta della sua credibilità: si scoprì che i suoi dirigenti avevano coscientemente autorizzato la vendita di sangue contaminato dal virus Hiv.
Ma la diffusione di cibi "modificati" ha suscitato reazioni negative. Numerose cooperative d'acquisto (che in Giappone sono assai diffuse e contano 20 milioni di aderenti, cioè un giapponese su sei) hanno cominciato a scartare i prodotti con ingredienti transgenici. La città di Fujisawa, vicino a Tokyo, li ha esclus dalle mense scolastiche. Alcune ditte reclamizzano tofu "senza soia a Dna ricombinato". Gruppi di cittadini, consumatori, attivisti ambientali denunciano le incognite della diffusione di organismi geneticamente modificati. Il sospetto verso i cibi manipolati è inversamente proporzionale al favore crescente che trova in Giappone l'agricoltura organica.
Così il governo - che pure ha annunciato due mesi fa un piano di sostegno alla ricerca nell'ingegneria genetica - ora propone di etichettare i cibi con ingredienti transgenici, per rassicurare i cittadini (e allarmare invece gli Stati uniti, che esportano in Giappone prodotti agricoli per 11 miliardi di dollari all'anno, e che escludono l'etichettatura dei prodotti transgenici: tanto che soia e granaglie sono miscelati e resi irriconoscibili). Le aziende giapponesi investono, discutono joint ventures (come quella di Japan Tobacco con la britannica Zeneca, leader nelle biotecnologie), "per non restare esclusi nel futuro", ma lo fanno in sordina.
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