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| di MARINA FORTI
Ciad, Camerun e Banca Mondiale
La notizia è positiva: il governo del Ciad, rappresentanti della Banca mondiale e dirigenti delle società petrolifere Shell, Exxon e Elf-Aquitaine si sono riuniti con i rappresentanti tradizionali dei villaggi del Logone occidentale (regione petrolifera del Ciad sud-occidentale), organizzazioni locali e sindacati. E' la prima volta che tutte le parti si confrontano su un progetto destinato a cambiare l'aspetto di una regione assai estesa: si tratta di aprire circa 300 pozzi di petrolio e trasportare il greggio fino alla costa del Camerun, attraverso un oleodotto che percorrerà un migliaio di chilometri. Il Chad-Camerun oil and pipeline project , disegnato da un consorzio delle tre società petrolifere, ha già suscitato aspre polemiche in Ciad, con episodi gravi come la repressione di manifestazioni e l'arresto di un deputato locale. Tanto più importante è l'incontro tenuto dal 7 al 13 aprile a Bebedjia per iniziativa di alcune organizzazioni locali (tra le Ong internazionali ha partecipato la Campagna per la riforma della Banca mondiale).Una novità di stile. Quanto poi ai contenuti e i risultati dell'incontro di Bebedjia, la cautela è d'obbligo.
Le critiche delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e ambientaliste sono dure. Segnalano il rischio di catastrofi ambientali e conseguenze sociali pesanti (l'esempio della Nigeria è eloquente), in una regione del Ciad dove regna una pace relativa, dopo la guerra civile e i massacri del 1998. Preoccupano la gestione dei pozzi, la costruzione di un oleodotto che disboscherà un'ampia striscia di foresta tropicale in Camerun, il terminale petrolifero off-shore in una zona protetta. E poi i possibili conflitti sulla gestione dei compensi offerti in cambio della terra: già, perché gli espropri di terre agricole sono già cominciati, benché il progetto non sia ancora definito in tutti gli aspetti e manchi l'approvazione definitiva. A Bebedjia la Banca mondiale ha fatto sapere che potrebbe approvare i finanziamenti entro l'estate del 1999, mentre il governo di Njamena assicura che farà di tutto perché il progetto decolli al più presto.
Così i rischi aumentano: non solo conflitti circa i compensi (già giudicati insufficienti), ma il concreto rischio che tutti gli investimenti vadano negli impianti, tralasciando lo sviluppo dei servizi sociali essenziali nella regione, di valorizzazione e conservazione dell'agricoltura. Le organizzazioni civili chiedono sostegno allo sviluppo locale e alcune misure per garantire che parte dei profitti futuri sia reinvestita in loco a vantaggio della popolazione del Logone. Proprio ciò che non è avvenuto in Nigeria, Ecuador, Birmania...
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