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TERRA TERRA
19.08.1999
  • | di MARINA FORTI

    Per quindici anni la miniera di oro e rame sul monte Fubilan, sulla cordigliera che forma l'ossatura dell'isola della Nuova Guinea, ha scaricato i suoi reflui chimici nel fiume Tedi, affluente del Fly River - enorme fiume che scende serpeggiando attraverso la foresta equatoriale. Oggi l'ennesimo rapporto di indagine sull'impatto ambientale dell'impresa mineraria conferma quando la popolazione locale va dicendo da anni: la Ok Tedi Mining (Ok significa fiume in una lingua locale) è "una catastrofe ambientale in cui un intero ecosistema fluviale è stato distrutto dai rifiuti della miniera". Ma la Ok Tedi Mining è anche esemplare di un meccanismo coloniale. La miniera è della compagnia mineraria australiana Broken Hill Proprietary (Bhp), con alcuni azionisti tedeschi e con la partecipazione del 30% del governo di Papua Nuova Guinea (repubblica indipendente dal 1975). La produzione è cominciata nel 1984, dapprima con l'estrazione di oro poi rame. Nel 1990 lo stato di Papua Nuova Guinea ne ha ricevuto circa 19 milioni di Kina (19 milioni di dollari Usa) in royalties, ma fino a quell'anno ogni profitto era andato in servizio del debito - la miniera era stata finanziata da prestiti stranieri. In seguito, circa il 10% del profitto della miniera è andato allo stato di Png, il resto vola in Australia. La miniera occupa 1700 lavoratori (di cui 450 sono tecnici stranieri) oltre a circa 1.500 nell'indotto. L'attività mineraria ha portato grandi cambiamenti nella zona: alcuni positivi, come la pista d'atterraggio nel villaggio di Tabubil (gli aereoplanini sono quasi l'unico mezzo di trasporto in quelle foreste), dove ora c'è anche un piccolo centro medico. Ma gli effetti negativi superano di gran lunga tutto ciò: il fiume Tedi è morto, l'inquinamento da metalli pesanti causato dalla miniera coinvolge ormai il Fly River a valle per 800 chilometri! La miniera è stata costruita senza diga per trattenere i suoi reflui e trattarli. Si calcola che 80 milioni di tonnellate di scarti dell'estrazione del rame vadano direttamente nel fiume ogni anno. L'acqua del fiume non è più bevibile; il pesce che la popolazione locale pescava è distrutto. Le periodiche piene del fiume hanno sparso sedimenti tossici sui terreni circostanti, per circa 100 chilometri quadrati: grandi estensioni di foresta vergine stanno morendo, gli appezzamenti una volta coltivati sono distese di fanghi tossici. Il caso della miniera sul Ok Tedi è oggetto di una battaglia annosa tra l'azienda australiana e i 30.000 abitanti indigeni (i proprietari delle te

    rre, secondo il diritto consuetudinario riconosciuto dalle leggi del paese), sostenuti da una coalizione di organizzazioni civiche e ambientaliste. Qualche anno fa, dopo aver vinto una causa presso la Corte suprema dello stato di Victoria (Australia), la coalizione aveva accettato un accordo: oltre a compensi e opere di bonifica, aveva preteso uno studio complessivo sull'impatto della miniera. Ed è proprio quello studio che giorni fa il direttore generale dell'azienda mineraria australiana ha illustrato: dichiarando tra l'altro che la Bhp "non avrebbe mai dovuto impegnarsi in quell'impresa". Resta un dubbio: che la Bhp e gli altri azionisti stranieri vogliano ora vendere la miniera di Ok Tedi, dopo averne tratto profitto per 15 anni, e lasciare in eredità a Papua l'onere di ripulire la catastrofe ambientale.

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