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TERRA TERRA
22.08.1999
  • | di MARINA FORTI

    Uno strano equilibrio tra animali selvatici, ricchi turisti stranieri e popolazione locale aveva salvato la fauna del Kahuzi-Biega National Park, nella Repubblica democratica del Congo. Era un equilibrio di interessi: circa 3.000 turisti, per lo più danarosi americani, visitavano il parco ogni anno lasciandosi dietro una scia di soldi di cui qualcosa arrivava anche alla popolazione locale. Il bracconaggio era sotto controllo.

    Ora, dopo cinque anni di guerra, l'equilibrio è saltato. Il turismo è cessato. La popolazione locale ha subìto tutte le sofferenze e la penuria della guerra. E la fauna della foresta, in mancanza di sorveglianza, è tornata ad essere preda di cacciatori di frodo. All'entrata del parco Kahuzi-Biega gli addetti hanno allineato i resti delle ultime vittime: i teschi di quaranta elefanti, un gorillino neonato e tre gorilla adulti (detti gorilla di pianura, ma geneticamente vicini ai gorilla "di montagna" studiati da Diane Fossey, che sopravvivono ancora nei parchi del Ruanda, Uganda e Congo settentrionale). I responsabili del parco stimano che un centinaio dei 250 gorilla che abitavano la highland del parco prima della guerra siano stati uccisi, insieme a tre quarti degli elefanti - la parte pianeggiante del parco, dove vivevano prima della guerra oltre duemila gorilla, è tutt'ora occupata dalle truppe ribelli. Il bracconaggio ha avuto un'impennata dallo scorso aprile, e numerosi cacciatori di frodo sono stati arrestati da allora. Dalle loro testimonianze - di recente le autorità congolesi ne hanno "esposti" alcuni al pubblico ludibrio della stampa - sembra di capire due cose. Una è la conferma che il bracconaggio è ormai un meccanismo ben rodato, in cui le zanne degli elefanti ammazzati nella foresta del Congo sono trasportate in Ruanda, da cui prendono la via della costa e raggiungono Dubai, uno dei "centri dismistamento" più importanti per gli orafi locali e soprattutto dell'estremo oriente.

    Ma si capisce anche che gorilla ed elefanti sono cacciati per la loro carne, e in tempo di guerra e penuria sembra anche ovvio: oggi in quella regione la carne d'elefante costa la metà di quella di bue, circa un dollaro al chilo. Tra i poveracci "presentati" alla stampa c'era un uomo di 62 anni, pigmeo, definito dalle autorità bracconiere recidivo. Lui si è difeso dicendo che era entrato nel parco per raccogliere miele e altri frutti, e intrappolare qualche scimmia per mangiare (ci riferisce un inviato del New York Times ). Già: fino agli anni '70 quella zona di foresta era abitata da una popolazione di pigmei, che usava raccogliervi legna, frutti spontanei ed erbe medicinali prima che il parco naturale ne facesse per loro zona off limits . Senza contropartita.

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