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TERRA TERRA
09.09.1999
  • | di FRANCO CARLINI

    Il mercato sarebbe quel luogo dove due produttori di patate si presentano alla mattina con la loro mercanzia e dove un acquirente ideale decide quale comprare, facendo un esame razionale del rapporto qualità prezzo delle patate e commisurando il tutto con le proprie disponibilità di spesa. Nelle teorie economiche più classiche il prezzo, magicamente aggiustato sulla base di offerta e domanda, convoglia tutta l'informazione sulle merci: alto prezzo uguale alta qualità, e viceversa. Ma c'è un'informazione che nessun compratore può concretamente ottenere né guardando, né toccando, né valutando il prezzo: quel cibo contiene qualche elemento di un organismo geneticamente modificato? Anche fosse, è invisibile quel Dna, e lo si potrebbe controllare solo in laboratorio. L'unica a soluzione che può mettere il consumatore in grado di scegliere sono le etichette. Ed è con piacere che vanno segnalati due piccoli passi in avanti. Agli inizi di agosto il ministro dell'agricoltura e della pesca giapponese ha reso pubblico il suo regolamento per l'etichettattura dei cibi che contengono fattori Gm, che dovrebbe poi entrare in funzione nel prossimo aprile. La settimana scorsa, poi, c'è stata l'audizione davanti al parlamento europeo di David Byrne, avvocato irlandese e commissario per la protezione della salute e la tutela dei consumatori. Da lui purtroppo è venuto il rifiuto di ogni moratoria biotecnologica, ma anche l'indicazione che potrebbe essere utile etichettare i cibi animali come "Gm" oppure "Gm-free". La proposta è ragionevole e assolutamente in linea con il libero mercato: nessuna proibizione - per carità - ma che almeno la carne di un bue alimentato con soia genetica porti con sé la doverosa e informativa etichetta. Altrettanto ovviamente la cosa è del tutto esplosiva, dato che gli Stati Uniti sono il maggiore produttore di sementi di questo tipo e non sono disposti a tollerare simili "discriminazioni". Oltre a tutto le loro esportazioni mescolano fin dall'origine la soia naturale e quella Gm, rendendo più difficile la differenziazione. Per evitare di perdere del tutto il mercato europeo alcune aziende Usa stanno finalmente sollecitando i produttori a separare i due tipi di granaglie.

    In Giappone, un paese che dipende per il 60% dalle importazione di cibo, le industrie alimentari si sono levate contro il nuovo regolamento, sostenendo che fare i test genetici per verificare se un certo bue è stato nutrito in un modo o nell'altro è assai costoso e che allora saranno inevitabili degli aumenti di prezzo. Le regole giapponesi peraltro non sono nemmeno troppo rigorose: si limitano infatti a sole 28 categorie di cibo, e l'etichetta è necessaria quando sia superata la soglia del 5% di Dna manipolato. E' prevista anche la discutibile etichetta "indifferenziato", per indicare quanto proviene da una mistura di Gm e non-Gm e che è troppo difficile valutare.

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