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| di MARINA FORTI
Si chiama "Santuario dei mammiferi marini nel bacino ligure-corso-provenzale": è stato istituito formalmente ieri, a Roma, con un accordo internazionale formato dai ministri dell'ambiente francese e italiano, Dominique Voynet e Edo Ronchi, e dal ministro plenipotenziario del Principato di Monaco Bernard Fautrier. Ma cosa c'è dietro quel nome?Il Santuario mira alla protezione dei cetacei: la balenottera comune, balenoptera physalus , lunga fino a 24 metri e pesante oltre 70 tonnellate, rende unico quel tratto di mare che va dalla Liguria alla Costa azzurra. Poi ci sono delfini e stenelle, capodogli e tursiopi. Per proteggerli, alcune associazioni ambientaliste proposero già nel 1989 di creare un'area marina protetta. Dieci anni dopo, ecco il Santuario: copre un'area di mare di ben 92mila chilometri quadrati. Soddisfatto il Wwf, che ieri ha consegnato ai tre ministri un riconoscimento di impegno ambientale. Non altrettanto Greenpeace, tra le organizzazioni che per prime avevano chiesto di istituire l'area protetta. "Possiamo solo giudicare dalla bozza del protocollo firmato dai tre ministri, poiché fino alla vigilia l'accordo ufficiale non è stato diffuso", argomenta Alessandro Giannì, responsabile della campagna biodiversità di Greenpeace. "E dalla bozza che conosciamo, quel santuario rischia di restare una scatola vuota". E perché mai? "Se una certa zona di mare è definita santuario, riserva, parco, mi aspetto che si mettano in moto misure specifiche di protezione ambientale. Invece, quell'accordo non prevede nessuna misura se non quelle già in vigore". L'accordo che istituisce il Santuario vieta la pesca con le famigerate reti spadare (che sarà comunque vietata entro il 2001, in virtù di un bando europeo): ma non fa parola di altri metodi di pesca, come le "tonnare volanti" o le reti a traino pelagico, che pure fanno vittime tra delfini e stenelle. E poi: regolerà la navigazione, dal traffico di petroliere alle competizioni off-shore? Come la metterà con gli scarichi inquinanti? Già, salvare i cetacei vorrà pur dire proteggere l'insieme dell'ecosistema marino. "Ma come la metterà allora con gli scarichi di fanghi delle acciaierie di Piombino?", insiste Giannì. Il progetto di allargamento del porto toscano prevede di scaricare in mare aperto i "fanghi esterni" del polo industriale, che contengono però arsenico, cromo, alluminio, idrocarburi, piombo, rame e zinco: manca solo l'autorizzazione del ministro dell'ambiente (il 2 dicembre sono attesi i risultati di certe ulteriori analisi).
Insomma, il rischio è che dietro a quel nome tutto resti come prima. Unica nota positiva, il possibile turismo ambientale. "Ma il Santuario sarà solo l'occasione per pubblicizzare il whale watching ?", si chiede il responsabile di Greenpeace. Forse la vicenda di Piombino ci darà una risposta.
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