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| di FRANCO CARLINI
Le strade dei governi sono lastricate di buone intenzioni quando parlano di ambiente, ma la pratica concreta è assai diversa. Lo documenta uno studio che sta per essere pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Biology da parte di tre ricercatori che collaborano con l'International Marine Mammal Association. I dati forniti dal governo canadese documentano come la caccia alle foche, che il Canada autorizza per quote annue, faccia in realtà più vittime di quanto si creda e che dunque gli obbiettivi di tutela di questi memmiferi marini ne risulti compromessa.Il governo formalmente ha adottato un approccio precauzionale alla caccia delle foche - dichiara uno di loro, David Johnston - ma il nostro studio arriva alla conclusione che sta fallendo i suoi stessi obiettivi. Oggetto della protezione (e della caccia) sono le foche che ogni anno migrano nell'Atlantico nord occidentale; in estate vengono cacciate in Groenlandia e in primavera lungo la costa est del Canada. Negli anni '70 la loro popolazione era scesa a soli due milioni e da allora vennero introdotti limiti alla caccia. Grazie a questi nel 1994 la stima era arrivata a 4 milioni e attualmente dovrebbero essere più di cinque. Visto il successo dei programmi di protezione, il governo canadese autorizza una caccia per quote, che attualmente sono di 275 mila individui l'anno. Va detto che il conteggio si basa in realtà su modelli matematici: si parte dai sondaggi in zone controllate e si effettuano le opportune moltiplicazioni per estenderli a tutta la popolazione, tenendo conto dei cicli di riproduzione e delle dimensioni e della struttura dei branchi.
Lo studio in pubblicazione non critica il modello (il cui uso è inevitabile, ma che potrebbe verosimilmente essere migliorato), ma i sondaggi; sostiene in particolare che il governo conta solo le prede cacciate ufficialmente e che gli sfuggono invece gli animali uccisi per caso - durante altre operazioni di pesca - o quelli colpiti ma non portati a terra. Non rientrano nel numero nemmeno gli animali che vengano portati a terra in zone non canadesi. Se si tiene conto di queste variabili nascoste, si scopre che le quote annue risultano sfondate in alto di almeno 80 mila individui, ovvero del 30% circa. Di fronte a queste critiche il ministro alla pesca del Canada, Herb Dhaliwal, ha dichiarato il 5 novembre scorso al parlamento che intende ricorrere alle valutazioni di un comitato di esperti indipendenti per essere consigliato sulle strategie di lungo momento da adottare. Nello stesso tempo sono partite le consultazioni con 80 associazioni e gruppi, ivi compresi i rappresentanti delle popolazioni aborigene che vivono di caccia alla foca. Le nuove quote annue dovrebbero essere stabilite entro dicembre. La questione è come al solito delicata perché sono in gioco tre interessi contrastanti: quello delle popolazioni locali di cacciatori (per cultura, tradizione e sopravvivenza), quelli delle industrie alimentari e quelli dei gruppi ambientalisti.
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