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TERRA TERRA
23.01.2000
  • | di MARINA FORTI

    La parola "biosicurezza" non è certo tra le più note del nostro vocabolario. Abbreviazione di "sicurezza biologica", è un neologismo che rimanda a un altro termine a volte usato ma forse ancora poco compreso: quello di "diversità biologica", o "biodiversità". La diversità biologica è la varietà degli organismi viventi, piante o animali o microorganismi. Un trattato delle Nazioni unite si preoccupa di salvaguardare questa varietà, minacciata dal degrado ambientale: la Convenzione sulla biodiversità, per l'appunto, firmata nel 1993 da 170 paesi. Il trattato riconosce ad esempio la sovranità di ciascun paese sulle risorse naturali che si trovano nel suo territorio. Non solo: allo scopo di preservare la varietà delle specie viventi, ad esempio, la Convenzione riconosce i "diritti collettivi" delle comunità locali e di villaggio, "collettivamente titolari" delle piante e animali e microorganismi che si trovano nelle loro regioni.

    Nell'ambito di questa Convenzione, è definito "biosicurezza" l'insieme di norme che dovrà assicurare il "trattamento, trasporto e uso di organismi viventi modificati attraverso le frontiere nazionali". Ma le trattative per definire un Protocollo sulla biosicurezza si trascinano da anni - riprenderanno proprio domani a Montreal, in Quebec (Canada). E sono tanto difficili perché tira in ballo uno dei temi più scottanti del commercio internazionale: gli organismi geneticamente modificati o transgenici - siano sementi, batteri, enzimi, granaglie e alimenti lavorato, mangimi o fibre.

    Finora i tentativi di accordo sulla biosicurezza sono stati bloccati dagli Stati uniti e alcuni grandi esportatori di prodotti agricoli (il "gruppo di Miami": Canada, Australia, Argentina, Cile e Uruguay). Questi temono che il Protocollo si risolva in limitazioni al commercio di prodotti transgenici, in nome della salute o dell'ambiente. Gli Usa e il gruppo di Miami vogliono che la questione sia regolata senza altre "interferenze" dall'organizzazione Mondiale del commercio - a Seattle in effetti avevano provato a proporre una commissione sulle biotecnologie, durante il vertice del Wto poi fallito. Al "gruppo di Miami" si oppongono da un lato i paesi in via di sviluppo (oltre un centinaio), dall'altro l'Europa. Il ministro dell'ambiente britannico Michael Meacher ieri ha ribadito che l'impatto sull'ambiente e la salute umana degli organismi geneticamenti modificati "non è interamente accertato, ed è proprio per questo che l'Europa e il Regno unito credono che i paesi debbano avere il diritto di scegliere in materia": e magari bloccare l'ingresso di organismi che ritengono un rischio, o pretendere che la soja transgenica sia etichettata e separata da quella "normale". Gli ha risposto a distanza il capo della delegazione statunitense a Montreal, David Sandelow: gli Usa si opporranno "proposte estreme", che "costringerebbero alcuni paesi a investire miliardi di dollari in nuove infrastrutture per l'immagazzinamento e il trasporto di merci agricole". L'impasse resta.

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