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TERRA TERRA
28.03.2000
  • | di ENRICO ALLEVA,SARA CAPOGROSSI COLOGNESI

    I cani: mine vaganti pronte a esplodere, per cui non è ancora richiesto il porto d'armi. Così lascia intendere una proposta di legge giacente in Parlamento dal novembre 1999. Esistono, è vero, episodi gravi di cani addestrati a partecipare a combattimenti clandestini, o cronache di incidenti fatali, ma quanti sono i cani educati malamente e perciò pericolosi? La salomonica soluzione governativa sarebbe quella di dividere i cani (e non i padroni umani) in buoni e cattivi, e proibire per legge le "razze aggressive". Il fronte dei veterinari italiani però è contrario. Secondo tesi largamente condivise, non si può parlare di razze "potenzialmente pericolose", atto di incomprensibile fede nella cino-genetica.

    Che ne pensiamo noi etologi? Rimandiamo il problema al padrone. E cominciamo da quando si decide di mettersi un cane in casa. Prima va arredata la libreria casalinga: è necessario documentarsi attentamente e fare una scelta consapevole. Sono finalmente in vendita anche in Italia svariati atlanti cinofili, dove leggere delle necessità, soprattutto psicologiche, delle diverse razze: è inutile e pernicioso regalare un esuberante labrador a una nonna che desidera un cane da salotto. Il fronte della consulenza pre e post adozione è culturalmente fiorente, non solo dal punto di vista veterinario, ma anche da quello comportamentale, come dimostra l'interessante articolo, "Addestramento del cucciolo alla calma e all'obbedienza", della nota esperta Sarah E. Health sul numero di dicembre del "Sisca Observer". Arriviamo poi alla scelta del singolo soggetto. Già all'interno di una cucciolata si distinguono tendenze e vocazioni individuali. E' importante giocare a lungo con i cuccioli, e scegliere dopo un'attenta osservazione quello caratterialmente compatibile con il futuro padrone. Anche la generale capacità d'accoglienza dell'ambiente umano dovrà essere valutata "caninamente": dagli odori di vernice o abrasività della moquette, alla presenza di più o meno ingombranti partners - umani e non - del padrone di casa (non sono rarissimi i casi di "impazzimento" o addirittura "suicidio" del cane che si sente affettivamente trascurato). E' fondamentale insomma comprendere che non esistono impedimenti di tipo "razziale" all'educazione di un cane alla "civile convivenza". Semmai bisogna ragionare sull'opportunità di obbligare determinate razze a una convivenza forzata, costringendole in spazi angusti e ambienti umani per loro innaturali e canescamente disumani. A ciò si ovvia, anche per legge, promuovendo una cultura zoofila adeguatamente finanziata.

    Invece, vietare il possesso, importazione o riproduzione di alcune razze non farà che aumentarne il valore commerciale nei traffici clandestini, che già alimentano il mercato dei cani da combattimento. La storia dei "divieti d'importazione", dai legni di specie in via d'estinzione a quella più recente delle tartarughe acquatiche extracomunitarie è già scritta: si inventeranno in breve sottospecie (qui, razze canine) nuove, importabili perché non vietate, e il loro prezzo salirà alle stelle. L'aggressività, più o meno repressa dell'acquirente umano, sancirà il prezzo del feroce amico dell'uomo stupido.

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