mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.04.2000
-
| di MARINA FORTI
Tigri indiane braccate
All'inizio del secolo scorso le tigri erano circa 100mila e vivevano in gran parte dell'Asia, dall'India alla Russia, alla Cina, fino al sud-est asiatico. Oggi si stima che ne restino tra 6 e 7.000 in tutto il mondo. E ora un rapporto dell'Onu afferma che senza urgenti contromisure il grande felino è destinato a estinguersi. Il rapporto preparato da una speciale commissione della Cites (la Convenzione sul commercio internazionale di specie minacciate) punta il dito in particolare sull'India. Accusa le autorità indiane di permettere, per "inefficenza e indifferenza", che il bracconaggio organizzato distrugga la popolazione dei grandi felini. "Il pericolo è che le tigri siano ridotte in numeri tanto piccoli da sopravvivere in pratica solo negli zoo, e che la popolazione di tigri selvatiche declini al punto da diventare geneticamente irriproducibile", afferma John Sellars, uno degli autori del rapporto. Era stata la Cites, un anno fa, a ordinare l'indagine sullo stato della popolazione mondiale di tigri. Gli autori hanno deciso di concentrarsi su India, Cina e Giappone: il primo è il paese dove sopravvive circa la metà dell'attuale popolazione dei felini; gli altri due sono il maggiore mercato per il commercio di parti di tigre. In effetti la caccia alla tigre è ormai illegale in tutto il mondo, ma ad alimentare il bracconaggio (la caccia illegale) è la forte richieste di pelli, ossa, peli e altre parti del grande felino, venduti sia come trofei, sia come ingredienti per medicamenti tradizionali, rimedi, amuleti. La medicina tradizionale cinese usa le ossa tritate come cura per i reumatismi, il pene come elisir di forza e mascolinità. E la domanda aumenta anche in Occidente, dove quella cinese si va diffondendo come una medicina alternativa. Così oggi il commercio illegale è la prima minaccia per la tigre - oltre al degrado degli habitat naturali e al restringersi dello spazio vitale per molte specie selvatiche. Il rapporto sulla tigre è stato presentato alla riunione della Cites appena cominciata a Nairobi, in Kenya, e ha subito suscitato polemica. Nella capitale kenyota, infatti, circa 2.500 delegati dei 150 paesi firmatari della Convenzione sono impegnati nel periodico riesame della situazione, le richieste di deroghe e le nuove specie da includere nelle liste di attenzione. Ebbene, il rapporto sullo stato della tigre avanza proposte drastiche: chiedere all'India di istituire unità specializzate per la lotta al bracconaggio e, se non si mostrerà adempiente, comminare sanzioni o tagliare i sussidi finanziari al Progetto Tigre del governo indiano. Le accuse sono dure. Il rapporto minimizza alcune delle previsioni più catastrofiche - che la maestosa tigre del Bengala sarà estinta nei prossimi dieci anni, ad esempio - ma avverte che i funzionari governativi nascondono sistematicamente le cifre sulle tigri uccise di frodo, mentre gonfiano quelle sulle tigri ancora in buona salute. "Non c'è traccia di un lavoro coordinato, moderno e professionale sia nelle operazioni antibracconaggio che nell'investigazione dei crimini di commercio illecito". E poi: solo in alcuni parchi e riserve naturali, fiore all'occhiello della conservazione (e meta di un fiorente turismo naturalista), i controlli sono efficienti e ben organizzati. Mentre nella maggioranza dei parchi indiani solo poche guardie dovrebbero controllare la caccia illegale, sprovvisti di veicoli, armi e comunicazioni radio. E' insorta la delegazione indiana a Nairobi, guidata dal direttore del Progetto Tigre, P.K. Sen. Togliere i fondi al progetto di conservazione, ha detto, "equivale a uccidere le tigri, non a salvarle": e ha aggiunto che l'India fa quello che può, con i mezzi che ha, per proteggere uno dei suoi più preziosi animali selvatici, e che la vera minaccia è proprio la domanda di oltre un centinaio di paesi "consumatori".
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