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TERRA TERRA
16.04.2000
  • | di FRANCO CARLINI
    A caccia di balene e di elefanti
    È cominciata giovedì la sessione del Cites a Nairobi: delegati da 151 paesi di tutto il mondo riuniti per discutere di specie protette: Cites vuol dire appunto "Convention on International Trade in Endangered Species".
    E' una riunione accesa e divisa che deve affrontare una fitta agenda articolata in sessantuno punti. Ma due questioni (e due specie animali grandi e preziose) stanno scaldando gli animi e contrapponendo le delegazioni: balene e elefanti.
    Norvegia e Giappone, stanno tentando in Kenya il colpo grosso; infatti anche se la caccia e la protezione delle balene sono regolate da un'altra organizzazione (Iwc - International Whaling Commission), spetta al Cites classificare nell'uno o nell'altro elenco le specie animali e ai diversi elenchi corrispondono differenti livelli di protezione. La richiesta, mai come ora aggressiva, è di spostare quattro specie di balene dall'Appendice A (per la quale ogni caccia è proibita) all'Appendice B (che ammette una caccia limitata e sotto controllo).
    La riclassificazione riguarda la "Balaenoptera acutorostrata" (detta Minke whale) e la balena grigia ("Eschrichtius robustus"). "E' l'ora di passare dalla difensiva all'offensiva" ha dichiarato Seiji Osumi, presidente dell'Istituto giapponese per le ricerche sui cetacei. Il suo paese utilizza in maniera scandalosa un buco legale della legislazione internazionale per condurre ogni anno delle intense campagna di caccia "per fini scientifici"; lo scopo sarebbe di meglio studiare i preziosi animali e la loro fisiologia, anche se, dopo essere state studiate così accuratamente, le balene uccise vengono dirottate sul mercato alimentare interno. Il Giappone sta attrezzando per la bisogna diverse nuove navi a alta tecnologia, sì da ottimizzare la ricerca e la cattura.
    Contemporaneamente lo stesso Giappone va promettendo aiuto diplomatico e finanziario ai paesi africani che vogliono vendere il loro avorio. La caccia agli elefanti è bandita dal 1990 e con essa anche ogni commercio internazionale delle loro zanne. Ma due anni fa venne consentito ad alcuni paesi africani di immettere sul mercato una quota dell'avorio accumulato nei magazzini per finanziare i loro parchi naturali.
    La vendita poteva avvenire solo verso il Giappone - notoriamente grande consumatore di avorio - e doveva essere accuratamente controllata per evitare che nelle vendite si insinuassero anche quote di avorio illegale. Ora si delineano due schieramenti: da una parte Sud Africa, Namibia, Zimbabwe e Botswana chiedono di poter continuare la commercializzazione, mentre dall'altra Kenya e India spingono per il ripristino del bando totale.
    Questi due paesi - con il sostegno dell'Unione Europea - citano dati statistici recenti secondo i quali la ripresa del mercato avrebbe immediatamente indotto una vistosa ripresa della cacciagione illegale. Il primo gruppo invece (spalleggiato dal Giappone e curiosamente dall'Irlanda), sostiene che i dati sul bracconaggio sono fasulli e che il Kenya sta conducendo oscure manovre concorrenziali.
    La sessione del Cites si concluderà il 20 aprile prossimo.
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