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TERRA TERRA
09.05.2000
  • | di MARINA FORTI
    La tigre del Sundarban
    L'India e il Bangladesh lanceranno un progetto congiunto per proteggere la "tigre reale del Bengala" nella giungla del Sundarban, la foresta sub-tropicale nel delta del Gange, al confine tra i due paesi.
    Il Sundarban sono 28mila chilometri quadrati di giungla, soprattutto di mangrovie (che con le radici in acqua fermano l'erosione delle coste e creano un ecosistema unico). E' solcato da un intrico di mille corsi d'acqua, con canali salati - il fiume si fonde con il mare - e piccole isole nella giungla. E' zona protetta sia in India che in Bangladesh. Entrambi i paesi hanno progetti, in particolare per la conservazione della tigre. Ma è la prima volta che Dakha e Delhi coordinano i loro sforzi. Proteggere la tigre del Bengala però significa soprattutto occuparsi della popolazione umana che vive ai margini del Sundarban: popolazioni rurali di estrema povertà che sopravvivono raccogliendo miele, legna, o pescando nell'intrico dei canali (il pesce è la principale fonte di proteine della cucina bengalese). "Vogliamo ridurre la dipendenza della popolazione locale dalla foresta", ha dichiarato giorni fa Arin Ghosh, responsabile della riserva naturale sul lato dell'India (la Sundarban Tiger Reserve), presentando il progetto.
    Secondo un "censimento" approssimativo, nel Sundarban vivono tra 250 e 300 tigri sul lato indiano e 350 in Bangladesh (si consideri che qui erano 450 nel '95 e ne risultavano 600 a un'indagine del ministero dell'ambiente del Bangladesh del 1990): il grande felino è in rapida diminuzione, benché la sua caccia sia vietatissima sia in India che in Bangladesh. Ci sono poi 3,7 milioni di umani che dipendono dalle risorse del Sundarban, stimano i responsabili di India e Bangladesh. E sono persone particolarmente vulnerabili, alle tigri oltre che alla povertà: negli ultimi 11 anni 193 persone sono state uccise dal felino, secondo il responsabile indiano della Riserva del Sundarban. Il novanta per cento dei malcapitati erano raccoglitori di miele, gli altri erano persone che si spingono nel profondo della foresta in cerca di legna da ardere. Qualche anno fa le guardie forestali sul lato del Bangladesh avevano addirittura distribuito a raccoglitori e pescatori delle speciali armature "anti-tigre"...
    E' abbastanza ovvio che la priorità per queste persone è proteggere se stesse, prima della tigre. E' anche risaputo che la tigre non attacca gli umani se non spinta dalla fame, in mancanza di altre prede. In effetti il conflitto tra umani e tigre è uno dei motivi della caccia illegale: "Le tigri sono spesso uccise dalle comunità locali perché rappresentano un rischio per la gente e anche un danno economico, quando divorano il bestiame domestico", segnala l'ultimo rapporto di Traffic, l'osservatorio internazionale sul commercio illegale di specie protette ( Far from a cure: the tiger trade revisited , marzo 2000). Naturalmente c'è anche un forte incentivo finanziario: si tratta del commercio, fiorente benché illegale, di ossa e altre parti del corpo della tigre, richieste in alcuni preparati della medicina tradizionale cinese. Della tigre del Bengala poi è richiesta la pelle. "Tigri possono essere uccise a scopo di commercio illegale, ma falsamente presentate alle autorità come uccise per difesa personale", dice il responsabile indiano di Traffic nel rapporto citato.
    Il progetto indo-bengalese si occuperà dunque degli umani del Sundarban per proteggere le sue tigri - questa, almeno, è l'intenzione dichiarata. Il progetto comincia con 3 milioni di dollari, finanziato in gran parte dal Progetto dell'Onu per lo sviluppo (Undp). Coprirà diversi aspetti: turismo, conservazione, bio-diversità. Avrà successo se offrirà alle comunità (umane) locali la possibilità di trarre sostentamento e reddito da attività sostenibili.
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