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TERRA TERRA
14.05.2000
  • | di MARINA FORTI
    L'energia delle olive
    Gli scarti della produzione d'olio d'oliva? Sono un'ottima fonte d'energia. Una volta i contadini dell'Andalusia li lasciavano seccare, per poi bruciarli d'inverno nelle cucine economiche e scaldare le case. Ora proprio in Andalusia hanno cominciato a fare di meglio: raccolgono polpa e buccia delle olive pressate, che alimentano piccole centrali elettriche.
    L'esempio degli olivicoltori spagnoli dovrebbe piacere al commissario europeo per l'energia Loyola de Palacio, che il mese scorso ha annunciato il piano di raddoppiare nei prossimi dieci anni la quota europea di elettricità prodotta con fonti rinnovabili - passando dal'attuale 5,8% al 12% del totale. Tra le fonti rinnovabili ci sono le biomasse, accanto alla più nota energia solare o a quella eolica (anche di mulini a vento in Spagna se ne intendevano...). E gli scarti vegetali sono per l'appunto "biomassa". A volte sono anche una biomassa inquinante - come gli scarti della produzione d'olio d'oliva - e disfarsene costa soldi. Eppure...
    La Spagna produce circa un terzo dell'olio d'oliva mondiale (gli altri grandi produttori, come sappiamo, sono Italia, Grecia e Turchia). E produce anche, ogni anno, circa 5,5 milioni di tonnellate di polpa e buccia schiacciata, cioè uno scarto nerastro e piuttosto puzzolente. Negli anni '70, grazie al benessere e al gas naturale del Maghreb, i contadini andalusi hanno smesso di seccare quello scarto per scaldarsi, e hanno cominciato a stiparlo in maleodoranti pozzi nel terreno (con rischi di inquinamento).
    Tre anni fa Endesa, l'ente elettrico spagnolo, ha cominciato a sperimentare un'alternativa. Ha costruito una piccola centrale nel paese di Benameji, tra Cordoba e il mare, in un distretto di oliveti che produce ogni anno 2.600 tonnellate di olio extravergine e rimane con 10mila tonnellate di scarto della spremitura.
    La cooperativa Nuestra Senora de la Gracia, che riunisce i 550 produttori locali, raccoglie questo scarto e lo consegna alla centrale. Questa ha una potenza di 12 megawatt di elettricità, e copre all'incirca il fabbisogno di quattro paesi come Benameji (4.600 abitanti).
    E' facile obiettare che i 12 megawatt di Benameji non incidono molto sul fabbisogno nazionale, e dunque sulle costose importazioni di petrolio o gas. Ma è pure risaputo che le fonti rinnovabili si prestano per lo più a progetti su piccola scala. E la Spagna ha già un buon record: produce 9 megawatt con celle solari (circa la metà della produzione europea di elettricità solare), e dal 1995 ha raddoppiato ogni anno la produzione di energia eolica (ormai ha 1.400 installazioni a vento e ne ha in progetto 9.000 entro il 2010).
    Nella somma delle piccole produzioni, quella delle biomasse non è trascurabile. E l'esperimento di Benameji funziona così bene che l'ente elettrico spagnolo ha già in progetto altre due centrali simili, per il costo di 4 miliardi di lire ciascuna (una sarà presso Jaen, a est di Cordoba, distretto che da solo fa il 20% della produzione mondiale d'olio d'oliva).
    Secondo Endesa in Spagna c'è il potenziale per altre otto di queste centrali "a olive", ciascuna da 16 megawatt. Non solo. Un inviato del New York Times , che ha indagato dei piani dell'ente elettrico spagnolo, riferisce che Endesa spera di esportare la sua tecnologia ad altri paesi produttori di olive (per ora solo a Creta c'è un altro esempio di produzione d'energia con lo scarto della spremitura). Già l'azienda spagnola sta aiutando Cuba, con una centrale adattata a produrre elettricità con lo scarto della canna da zucchero.
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