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TERRA TERRA
17.05.2000
  • | di MARINA FORTI
    Un voto contro i pozzi nel Ciad
    Siamo al dunque. Martedì prossimo, il 23 maggio, il consiglio d'amministrazione (Board) della Banca mondiale prenderà una decisione definitiva sul Chad-Camerun oil and pipeline project , uno dei più controversi progetti petroliferi in Africa. Questa rubrica ne ha parlato più volte negli ultimi anni, perché ha suscitato proteste e denunce finora inascoltate.
    Il progetto include la perforazione di 300 pozzi di petrolio nel Ciad meridionale, paese poverissimo dell'Africa saheliana, mai davvero uscito da decenni di guerre civili (sempre sponsorizzate da vicini e potenze ex-coloniali). Un lunghissimo oleodotto, 1.100 chilometri, trasferirà il greggio sulla costa del Camerun.
    Il progetto avrebbe un finanziamento della Banca Mondiale ed è condotto da un consorzio guidato da Exxon; Shell e la francese Elf-Aquitaine, che vi hanno partecipato fin dall'inizio, si sono ritirate un mese fa, sostituite da Chevron e dalla malaysiana Petronas.
    La prospettiva di pozzi petroliferi in Ciad ha suscitato aspettative e rivendicazioni nella popolazione locale: tanta ricchezza non vada tutta nelle tasche delle aziende petrolifere. Nel '98 e nel '99 si riunirono due "riunioni di concertazione nazionale": l'ultima chiese una moratoria di due anni del finanziamento, per garantire prima che i proventi del petrolio siano investiti in programmi di sviluppo sociale della regione. Finora il governo del Ciad ha risposto in modo "rude". Una coalizione di associazioni ciadiane intanto fa sapere che gli espropri di terre operati da Exxon, con compensi risibili, già creano conflitti. Manca un piano efficace contro le fuoriuscite di petrolio - l'inquinamento delle falde acquifere sarebbe la fine per agricoltura e pesca nel lago Ciad.
    La Banca mondiale si appresta dunque a decidere se sponsorizzare questo progetto. La Campagna per la riforma della Banca Mondiale invita a scrivere a Franco Passacantando, che nel Board of Directors della Banca rappresenta l'Italia e l'Europa mediterranea.
    La lettera (il testo completo è su www.unimondo.org/cbm/red.htm) ricorda che " le indicazioni di numerose organizzazioni della società civile in Ciad e Camerun sono state finora ignorate dallo staff della Banca, dal consorzio e da quelle società che hanno svolto le valutazioni d'impatto ambientale ", e denuncia " gli alti rischi ambientali, sociali e politici associati con il progetto, l'aberrante politica di compensazioni seguita finora dal consorzio, l'allarmante situazione dei diritti umani, la corruzione e l'impunità, in Ciad e Camerun, l'assenza di garanzie sull'uso equo e sostenibile dei profitti del petrolio, il mancato rispetto di numerose direttive della Banca Mondiale ".
    I parlamenti di Italia, Grecia, Portogallo e Albania hanno approvato nel settembre 1999 mozioni che invitano a non votare in favore di questo progetto finché tutte le questioni sopra elencate non siano state risolte, conclude la lettera: " Le chiediamo quindi di rispettare la moratoria di almeno due anni richiesta da 130 organizzazioni ciadiane e camerunensi e di istituire un meccanismo di monitoraggio indipendente internazionale che verifichi il rispetto delle direttive operative della Banca Mondiale sull'ambiente, il reinsediamento forzato, le popolazioni indigene e le consultazioni, e il rispetto della legislazione nazionale ed internazionale di tutela dell'ambiente e dei diritti umani, prima e durante l'implementazione del progetto ".
    (Inviare per posta, fax o e-mail a: Franco Passacantando, Direttore Esecutivo. The World Bank,1818 H Street, Washington, D.C. 20433. Fax 001-202-4773735.e-mail: fpassacantando@worldbank.org).
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