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TERRA TERRA
07.07.2000
  • | di ENRICO ALLEVA E SARA CAPOGROSSI COLOGNESI
    Un training alla vita selvaggia
    Piyona è arrivata al centro l'8 settembre del 1999. In questi mesi ha compiuto grandi progressi, ma è ancora ospite nel reparto di cure intensive. Quando è stata ricoverata non le era ancora spuntato un dente ed era così debole che non riusciva neanche ad afferrare un oggetto. Oggi, grazie alle cure e alle attenzioni ricevute al centro, si sta finalmente riprendendo e forse un giorno diventerà un orangutan libero e selvatico.
    Sì, perché Piyona è un piccolo di scimmia, confiscato lo scorso autunno e inserito in un programma di reintroduzione: centri specializzati che dovrebbero prepararli a tornare al loro habitat naturale.
    Ma queste strutture sono veramente efficaci? In realtà spesso rivelano profonde carenze, organizzative e strutturali. Molte finiscono per limitarsi a dare cure e attenzioni agli animali, diventando una sorta di orfanotrofio per i soggetti confiscati e tolti così a un destino ancora più crudele.
    Le eccezioni ci sono, come quella del Golden Lion Tamarin Conservation Project , centro fondato nel 1983 dalla University of Maryland e seguito direttamente da Devra Kleiman.
    Ma per la gran parte i progetti di reintroduzione, per ora, sembrano rivelarsi un esperimento fallimentare.
    Purtroppo insegnare a una scimmia antropomorfa - ma anche ad altri animali - a "essere se stessa", non è così facile come si potrebbe pensare. Non basta solo "spiegarle" come procurarsi il cibo ed evitare i predatori, ma occorre farla accettare dalla propria società "scimmiesca", un traguardo estremamente arduo.
    Spesso, infatti, questi animali sono cresciuti in totale isolamento o comunque non hanno avuto esperienze con i propri simili. Lavorare con tali soggetti si rivela assai difficile e il successo non è minimamente garantito.

    Altre volte gli animali sono stati usati per scopi umanamente ben precisi, nonché poco umanitari, non ultimo quello bellico.
    E' emerso di recente il caso dei delfini, utilizzati in passato per innescare bombe o affrontare sommozzatori nemici: oggi il costo del loro mantenimento è superiore alle possibilità di paesi come quelli dell'ex-Unione Sovietica, e devono quindi essere svenduti. Ma che fare di questi animali, addestrati alla guerra, il cui inserimento in natura non può prescindere da un adeguato programma di reintroduzione?
    Questi delfini, ora, devono "disimparare" comportamenti appresi con anni di fatica, durante il loro lungo e spesso non facile addestramento militare.
    Casi come questi sono forse al limite, ma non esiste una situazione facile per nessuna specie, qualsiasi passato abbia avuto l'animale in questione.
    Un problema importante, ed estremamente attuale, riguarda poi la reintroduzione in natura di animali da tempo ingabbiati, quelli degli zoo, di bioparchi e di strutture veterinarie "per lungo degenti" all'interno di parchi regionali o nazionali.
    Oggi gli zoo - almeno quelli di moderna concezione - conservano il dna delle diverse specie in banche genetiche, pronti a "ricreare" un giorno la variabilità necessaria per reintrodurre gli animali che si estinguono in natura. Ma questi progetti di ripopolamento o di reintroduzione non possono prescindere dal reinserimento degli individui nell'ambiente originario della popolazione selvatica. Questa parte della conservazione non può rimanere un programma utopico e puramente teorico: promuovere la ricerca e un'illuminata gestione faunistica deve diventare una priorità.
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