domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
29.08.2000
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| di FRANCO CARLINI
Sceicchi, elezioni e caribù
Potrebbero essere i caribù dell'Alaska le vittime finali dell'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio. La sequenza suona così: gli Stati uniti da mesi stanno sperimentando un fenomeno per loro relativamente nuovo e assolutamente impopolare, il gallone di benzina non è più una commodity, ma oramai si fa sentire nei bilanci dei singoli e delle aziende.
Per frenare la salita stanno facendo ricorso alle loro riserve, che infatti non sono mai state così basse come in queste settimane. Ma proprio il loro basso livello contribuisce a far salire ulteriormente il prezzo del barile: ai mercanti di olio nero è infatti ben chiaro che quelle riserve prima o poi dovranno essere ripristinate, tanto più in vista della maggiore richiesta di gasolio per riscaldamento nei mesi invernali; perciò, aspettandosi un aumento della domanda, alzano il valore del barile sulle borse.
La benzina e il suo costo diventano allora una delle questioni della campagna presidenziale e la destra repubblicana coglie l'occasione per cercare di riaprire un fronte di battaglia cui è molto affezionata. Si tratterebbe di accantonare le eccessive preoccupazioni ambientali per liberarsi finalmente dal ricatto degli sceicchi, riaprendo la corsa ai giacimenti interni. Le aree cui guardano i rappresentanti repubblicani sono due: da un lato viene proposto di riaprire le esplorazioni nel mare aperto, lungo le coste del Pacifico (California e Oregon) e i danni ambientali sono immaginabili; dall'altro di sfondare i vincoli che finora hanno limitato le estrazioni di petrolio dell'Alaska.
E' qui che entrano in gioco i caribù, specialmente quelli che passano l'inverno sui monti del fiume Porcopine e che in estate scendono fino al mare di Beaufort - lo segnala una corrispondenza di Fred Pearce, pubblicata in agosto sulla rivista inglese New Scientist (2 agosto, pag. 16). E' forse una delle ultime periodiche grandi migrazioni animali sulla faccia del pianeta: si tratta ogni volta di più di centomila animali che aspettano che il percorso si liberi dalla neve e percorrono centinaia di chilometri fino alle pianure costiere. E' laggiù che le femmine daranno alla luce i loro piccoli.
Tutta questa area è protetta dalle leggi e dalla presenza del popolo Gwich, storicamente associato al caribù e al suo ciclo. Sacre sono le pianure e il caribù stesso è insieme preda ambita quanto rispettata. Non da loro comunque, i settemila abitanti residui di questa antica popolazione, viene la minaccia per i caribù. Sono per lo più concentrati attorno alla località chiamata Villaggio Artico, che in lingua Gwich si chiama Vashraii Koo ; tra l'altro di questa lingua, che era oramai arrivata sull'orlo dell'estinzione, è stata appena ultimata una completa versione scritta, il che renderà più agevole insegnarla e tramandarla. In passato invece il suo uso era stato scoraggiato dal governo statale.
Il fatto è che i caribù sono difficili e diffidenti: non si avventurano se non in zone assolutamente prive della presenza umana e per quanto la Bp Amoco, titolare delle concessioni costiere, assicuri che l'ambiente è ormai la prima della sue preoccupazioni, gli ecologi della zona segnalano il rischio concreto che ogni nuova stazione di pompaggio aperta rappresenti un'ulteriore minaccia. La richiesta di nuovi buchi nel terreno è stata avanzata ufficialmente dal governatore repubblicano dell'Alaska e fatta propria dal candidato George W. Bush. A complicare la situazione va detto che l'altra popolazione autoctona dell'Alaska, gli Inupiat (eschimesi) è invece abbastanza favorevole al petrolio: del resto loro non sono mai stati un popolo di caribù, la loro vocazione storica essendo quella di cacciatori di balene.
Questa estate, segnala la corrispondenza, è stata comunque una delle peggiori per i caribù e in questo caso la colpa è globale, del riscaldamento globale; esso provoca innevamenti più copiosi e dunque ritarda le migrazioni; molte femmine incinte allora partoriscono lungo la strada e non già a destinazione, e il risultato è che molti piccoli non reggono al trasferimento e muoiono prima.
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